• Due amici di antica data, nella foto ufficiale delle celebrazioni gambalunghiane.
    Lei è Oriana Maroni che conosco per la mia antica frequentazione nella Biblioteca civica di Rimini e che mi chiamò a collaborare ad un volume apparso nel 2010, dedicato a Liliano Faenza, con un saggio che intitolai "Il fantasma di Voltaire. Liliano Faenza filosofo, con vista sulla Storia", pp. 177-190.
    Lui è Piero Meldini con cui fui collega di insegnamento e che poi è stato direttore della stessa Gambalunga.
    Piero è anche il nostro maggior narratore contemporaneo: nel 1996 proietta in una scena secentesca un giudizio sempre attuale, Rimini è una "Città ingrata, più contenta delle altrui disgrazie che delle proprie fortune, cieca ai meriti, insensibile all'ingegno. Patria disgraziata!".
    Il 5 febbraio 1998, ricordavo nella mia rubrica "Tama" del settimanale "Il Ponte": il prof. Piero Meldini, direttore della Gambalunghiana, con il «Corriere di Rimini» ha riassunto 50 anni di storia cittadina: «Le lacune nel campo della conoscenza non vengono avvertite come un limite. La ricchezza non viene seguita dalla spinta ad acculturarsi. È vissuta come un merito. E invece spesso è solo la conseguenza di essersi trovati nel posto giusto al momento giusto». Riferendosi poi al settore di chi fa «Cultura», Meldini ha aggiunto: «Qui c'è il gusto per la stroncatura e le capacità spesso non vengono riconosciute. L'invidia a Rimini è a tutto campo». Partendo da questa frase, il giornale ha intitolato: «Rimini, poca cultura ma tanta invidia».
    Scrivendo di Sebastiano Vanzi, ho notato che Meldini, nella storia della secentesca Biblioteca Gambalunga, riportava l'«eloquente e malizioso» ritratto del «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» composto nel 1660 dal bolognese Angelo Ranuzzi, referendario apostolico e governatore di Rimini: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de' propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».
    Bastano questi pochi cenni per segnalare l'importanza della figura di Piero Meldini nella storia della nostra cultura, non soltanto a livello locale.



    Oriana Maroni è sempre stata attenta alla vita della nostra Gambalunga che adesso regge con la stessa passione mostrata in passato nella vita burocratica dell'istituzione riminese.
    In una mia pagina del 2005, parlando di un suo lavoro sugli «Album Battaglini», osservavo
    che Oriana Maroni appartiene alla ristrettissima schiera di studiosi riminesi di Storia in grado di scrivere con una cognizione di causa ed una consapevolezza critica che derivano dalla conoscenza di questioni di metodo, interpretazione e composizione, a cui s'accompagna una felicità stilistica espressa con chiarezza di discorso.
    Antonio Montanari


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  • San Michelino in Foro. Se ne riparla per le condizioni critiche in cui versa l'antica chiesa dei Templari riminesi.
    Riprendo una pagina di Riministoria, apparsa nel 2015, e pubblicata nella sezione dedicata a Galeotto di Pietramala.



    I Templari a Rimini, ieri ed oggi.
    La storia
    Della chiesa di San Michelino "i documenti iniziano a parlare a partire dalla prima metà del XII secolo, pur trattandosi di una struttura databile già dalla fine del V secolo o inizi del VI", scrive Alessandra Peroni nel suo saggio "I Templari di Romagna" (Studi Romagnoli, LXIII, 2012, pp. 525-548). Prosegue il suo testo (pp. 545-547): "La struttura si affacciava su quello che anticamente era il foro romano, attuale piazza Tre Martiri, dal quale venne progressivamente separata a partire dalla fine del XV secolo con la costruzione delle beccherie e poi ancora della torre dell’Orologio. Il primo documento attestante la presenza della chiesa risale al 1144: si tratta della Bolla del 21 maggio di papa Lucio II con la quale quest’ultimo, su richiesta del vescovo Rainerio, confermava al clero riminese suoi diritti e i suoi beni, elencando perciò le chiese del territorio". La presenza templare, precisa Peroni, è tuttavia attestata solo a partire dal 1257.
    "Il 7 agosto 1312 frate Atto ricevette la chiesa dal subsecutore Filippo, dopo aver ammonito Malatestino Malatesta il quale sembra avesse approfittato del congelamento dei beni templari per impossessarsene indebitamente; la chiesa passò dunque ai Giovanniti, ai quali rimase fino alla soppressione avvenuta nel 1806 e confermata poi nel 1809. Ad oggi è ancora visibile la parte absidale della struttura, all’interno della quale si conservano ancora tracce di affreschi pregiotteschi e settecenteschi".

    Il 5 maggio 1993, sotto l'intonaco dell'abside della chiesa, fu scoperto un affresco di scuola riminese della fine del XIII sec., con l'immagine di una santa con una pagnotta in mano (cfr. L. Imperio-E Valentini, Guida all'Italia dei Templari: gli insediamenti templari in Italia, Roma 1989, p. 307).

    Templari, retroscena
    "Una notizia impubblicabile", era il titolo di una lettera inviata nel 2006 ad una collega giornalista, spiegando che in un libro di prossima presentazione c'era in appendice un capitolo sui Templari, redatto da altro autore che si celava sotto lo pseudonimo di «Anonimo Riminese» e che era in realtà un cronista sportivo.
    L'esimio «Anonimo Riminese» non poteva firmarsi con il suo vero nome perché il materiale è «di dubbia provenienza». Che a me invece risulta molto chiara perché conosco il retroscena. Lo stesso autore del libro ha detto che la fonte di quel materiale è Nozzoli, morto sei anni prima.
    Aggiugevo nella lettera: "Si dà infatti il caso che Guido Nozzoli fosse mio zio. Quindi conosco i suoi lavori e chi frequentava casa soprattutto negli ultimi tempi, quando la malattia (demenza senile) ha permesso a qualcuno di "sottrargli" silenziosamente il materiale storico di cui con assoluta buona fede parlava e scriveva. L'«Anonimo Riminese» non poteva rivelarsi a rischio di pubblico sputtanamento".
    Fatto sta, spiegavo, che in casa non tornarono i conti delle carte presenti sulla scrivania di mio zio, al momento della scomparsa: mancava qualcosa che era stato sempre visto. "Forse riappare ora grazie alla sagacia conservativa dell'«Anonimo Riminese»? Una notizia impubblicabile, questa, come ho scritto all'inizio. Ma utile da conoscere per chi opera nel settore".
    Su internet il 26 maggio 2006 pubblicai questo testo, intitolato "A proposito di un libro riminese e dei Templari".
    Intervengo premettendo di non voler mescolare l'istanza personale che mi spinge con il necessario distacco che è doveroso quando si tratta un qualsiasi argomento in un mezzo pubblico come un blog.
    Alla base della mia pagina sta però anche un’inevitabile appendice pubblica della stessa istanza personale. Ovvero ciò di cui parlo, non è un puro accadimento legato al soggetto tirato in ballo nel libro di cui dirò, ma il «modus operandi» con cui il soggetto medesimo è stato riproposto all’opinione della città.
    Mi riferisco alla stampa di alcune pagine di fantasia storica relative ai Templari riminesi ed ai pretesi «frammenti di una leggenda di un anonimo riminese», nelle quali si legge un'attribuzione di paternità di ipotesi sull'argomento ad una persona che conosco benissimo, per essere stato un mio stretto congiunto.
    Che questi «frammenti» non possano avere pretese documentarie sotto il profilo storico lo suggerisce anche lo svarione iniziale in cui l'impeto favolistico spinge l'«anonimo riminese» ad ideare la scena nell'alba del 13 ottobre 1307 con in lontananza l'Abbazia di Scolca che «si vedeva appena» (p. 25).
    Credo che non si vedesse affatto, e non per colpa della poca luce, ma essendo l'Abbazia di Scolca stata edificata nel 1418 come, per altra mano, nello stesso testo si legge poco prima (p. 20). Ovvero ciò che sa la pagina di destra non sappia la pagina di sinistra.
    Embé, se si vuol scrivere di Storia occorrerebbe documentarsi (da parte dell'«anonimo», avvezzo evidentemente a tutt'altre cose) o necessiterebbe correggere da parte del curatore dell'opera.
    Lo svarione avrebbe potuto far rinchiudermi le pagine, ed amen. Per fortuna ho continuato a leggere sino a questa chicca di p. 29, dove (riassumo per brevità) si attribuisce ad un'unica mente l'ideazione dello studio-leggenda, la mente del «compianto giornalista Guido Nozzoli che di occultismo ed esoterismo era più di un appassionato cultore».
    Dandosi il caso che appunto Guido Nozzoli era fratello di mia madre, e che di questi argomenti (su opposte rive) lui ed io abbiamo attentamente discusso tante volte per cui sono al corrente di tutti i suoi studi e delle sue cosiddette ricerche, mi permetto di intervenire per demistificare un alone di mistero che si è creato in città attorno alla sua figura, e che è ben rispecchiato dalla citazione che ho appena riportato.
    In cui vedo riflettersi una di quelle ambiguità letterarie che possono fare la fortuna di un autore (nel caso, l'«anonimo» che ne narra) e la rovina di un personaggio (come «Guido Nozzoli che di occultismo ed esoterismo era più di un appassionato cultore»).
    La dolorosa situazione in cui venne a trovarsi per la perdita della figlia nel 1992, costituì per lui l'inconsapevole aggravamento della spinta verso interessi e studi precedenti che riguardavano l'alchìmia, senza che egli però potesse rendersi conto del contrasto che aveva vissuto tra la certezza che alcuni pseudo-ricercatori gli davano circa l'esistenza di sostanze naturali capaci di guarire qualsiasi malattia, ed il progredire inesorabile di quella della figlia stessa.
    Sono sicuro che la sofferenza di padre gli abbia procurato una specie di dissociazione tra la realtà ed il sogno, come prima avvisaglia della demenza senile che ha duramente caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.
    La mia chiarezza e puntualità nel riferire questi particolari non va intesa come indelicatezza verso mio zio, ma come occasione necessaria per chiarire certe situazioni che in città vengono artatamente mistificate.
    Al contrario è abbastanza volgare l'accenno che ne fa l'«anonimo» quando parla di «un ormai vecchio, ma sempre fascinoso, Guido Nozzoli». Anche qui c'è una nascosta allusione in quell'«ormai vecchio», come nell'«era più di un appassionato cultore».
    Ecco perché ho parlato di ambiguità letterarie. C'è chi cerca il suo quarto d'ora di notorietà con questi mezzucci, senza dichiararsi, e soprattutto inventando aspetti di una persona fino a farne un personaggio che non risponde al vero, avendo la persona in questione alle sue spalle studi filosofici d'indirizzo marxistico mai ripudiati ed anzi confermati sino all'ultimo giorno nel loro risvolto di «prassi» politica.
    Lasciamo in pace i defunti, altrimenti creiamo fantasmi che non corrispondono al vero, e che soprattutto non possono correggere le fantasie dei posteri.

    Sul settimanale riminese "il Ponte" (2006, n. 21) pubblicai (sotto il titolo: "Il giornalista Nozzoli, i Templari e gli errori dall’anonimo riminese") questa lettera aperta.

    Caro direttore, chiedo la possibilità d'intervenire su queste colonne fuori dagli spazi normalmente concessi ad un cronista, per non mescolare l'istanza personale che mi spinge con il necessario distacco che è doveroso quando si tratta un qualsiasi argomento in un mezzo pubblico come un giornale. Alla base della mia richiesta sta però anche una inevitabile appendice pubblica della stessa istanza personale. Ovvero ciò di cui parlo, non è un puro accadimento legato al soggetto tirato in ballo nel libro di cui dirò, ma il «modus operandi» con cui il soggetto medesimo è stato riproposto all’opinione della città.
    Mi riferisco alla stampa di alcune pagine di fantasia storica relative ai Templari riminesi ed ai pretesi «frammenti di una leggenda di un anonimo riminese», nelle quali si legge un'attribuzione di paternità di ipotesi sull'argomento ad una persona che conosco benissimo, per essere stato un mio stretto congiunto.
    Che questi «frammenti» non possano avere pretese documentarie sotto il profilo storico lo suggerisce anche lo svarione iniziale in cui l'impeto favolistico spinge l'«anonimo riminese» ad ideare la scena nell'alba del 13 ottobre 1307 con in lontananza l'Abbazia di Scolca che «si vedeva appena» (p. 25).
    Credo che non si vedesse affatto, e non per colpa della poca luce, ma essendo l'Abbazia di Scolca stata edificata nel 1418 come, per altra mano, nello stesso testo si legge poco prima (p. 20). Ovvero ciò che sa la pagina di destra non sappia la pagina di sinistra. Embé, se si vuol scrivere di Storia occorrerebbe documentarsi (da parte dell'«anonimo», avvezzo evidentemente a tutt'altre cose) o necessiterebbe correggere da parte del curatore dell'opera.
    Lo svarione avrebbe potuto far rinchiudermi le pagine, ed amen. Per fortuna ho continuato a leggere sino a questa chicca di p. 29, dove (riassumo per brevità) si attribuisce ad un'unica mente l'ideazione dello studio-leggenda, la mente del «compianto giornalista Guido Nozzoli che di occultismo ed esoterismo era più di un appassionato cultore».
    Dandosi il caso che appunto Guido Nozzoli era fratello di mia madre, e che di questi argomenti (su opposte rive) lui ed io abbiamo attentamente discusso tante volte per cui sono al corrente di tutti i suoi studi e delle sue cosiddette ricerche, mi permetto di intervenire per demistificare un alone di mistero che si è creato in città attorno alla sua figura, e che è ben rispecchiato dalla citazione che ho appena riportato.
    In cui vedo riflettersi una di quelle ambiguità letterarie che possono fare la fortuna di un autore (nel caso, l'«anonimo» che ne narra) e la rovina di un personaggio (come «Guido Nozzoli che di occultismo ed esoterismo era più di un appassionato cultore»).
    La dolorosa situazione in cui venne a trovarsi per la perdita della figlia nel 1992, costituì per lui l'inconsapevole aggravamento della spinta verso interessi e studi precedenti che riguardavano l'alchìmia, senza che egli però potesse rendersi conto del contrasto che aveva vissuto tra la certezza che alcuni pseudo-ricercatori gli davano circa l'esistenza di sostanze naturali capaci di guarire qualsiasi malattia, ed il progredire inesorabile di quella della figlia stessa.
    Sono sicuro che la sofferenza di padre gli abbia procurato una specie di dissociazione tra la realtà ed il sogno, come prima avvisaglia della demenza senile che ha duramente caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.
    La mia chiarezza e puntualità nel riferire questi particolari non va intesa come indelicatezza verso mio zio, ma come occasione necessaria per chiarire certe situazioni che in città vengono artatamente mistificate. Al contrario è abbastanza volgare l'accenno che ne fa l'«anonimo» quando parla di «un ormai vecchio, ma sempre fascinoso, Guido Nozzoli». Anche qui c'è una nascosta allusione in quell'«ormai vecchio», come nell'«era più di un appassionato cultore».
    Ecco perché ho parlato di ambiguità letterarie. C'è chi cerca il suo quarto d'ora di notorietà con questi mezzucci, senza dichiararsi, e soprattutto inventando aspetti di una persona fino a farne un personaggio che non risponde al vero, avendo la persona in questione alle sue spalle studi filosofici d'indirizzo marxistico mai ripudiati ed anzi confermati sino all'ultimo giorno nel loro risvolto di «prassi» politica.
    Lasciamo in pace i defunti, altrimenti creiamo fantasmi che non corrispondono al vero, e che soprattutto non possono correggere le fantasie dei posteri.
    Antonio Montanari


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    Anniversari, le pagine in Riministoria

     


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  • 1519, Ebrei e Rimini
    Lettera al "Corriere Romagna", 11 febbraio 2019

    Nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio», sono ripetuti gli ordini del segno distintivo impartiti il 13 aprile 1515.
    Quel giorno il Consiglio generale ha approvato all’unanimità l’adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell’avvenire volendo detti Ebrei continuare l’habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
    Per le donne il successivo 28 aprile è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli secondo (aggiungiamo noi) l’usanza comune della nostra popolazione di sesso femminile.
    Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta ed alla benda gialle (secondo il sesso), ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. (Il precedente più antico risale al 1432 quando Galeotto Roberto Malatesti aveva ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che introduceva per loro il «segno» di distinzione obbligatorio.) La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
    I tre punti del 13 aprile 1515 hanno una premessa di tutti rispetto negli atti del Consiglio generale, che è però dimenticata dagli storici (Clementini prima e Carlo Tonini poi). In tale premessa si dice che gli Ebrei erano visti in città come «inimici».
    Carlo Tonini, nel riferire i provvedimenti del 13 aprile 1515, premette che «la città era in tumulto per cagione degli Ebrei». Riferisce che «fu proposto di sbandeggiarli, quali nemici della religione e promotori di scandali nel popolo», chiedendone licenza al pontefice. Conclude che «in causa di questo tumulto fu fatto venire un numero di cavalli di lieve armatura», la cui spesa «volevasi fosse fatta pagare agli Ebrei, alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi».
    Il passo di Clementini sui soldati «condotti, e trattenuti per guardia degli Ebrei», ha portato Carlo Tonini a scrivere di un «tumulto per cagione degli Ebrei» (del quale non c’è traccia nel testo di Clementini). Tonini aggiunge che i militi erano stati chiamati in città a «difesa» degli Israeliti, e quindi da considerarsi a loro carico. Clementini aveva parlato di «guardia», termine il quale oltre che difesa (di una parte lesa) può significare anche controllo (e repressione di facinorosi…).
    Se il passo di Tonini sul «tumulto per cagione degli Ebrei» significa che erano stati essi a provocare una sommossa, tale affermazione non ha nessun legame logico con quella successiva, relativa all’intervento di truppa forestiera per proteggerli («alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi»).
    Questo controsenso non ci sarebbe nella peggiore delle ipotesi, che cioè quel «per cagione degli Ebrei» significasse che la loro sola presenza in città (che li considerava «nemici») aveva provocato una rivolta popolare arginata dall’autorità manu militari per salvaguardare l’ordine pubblico.
    Nel 1548, Rimini anticipa il ghetto ebraico, poi istituito da papa Paolo IV il 17 luglio 1555.

    1. Storia degli Ebrei a Rimini.
    2. Rimini e gli Ebrei, archivio.

    Antonio Montanari


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