• La famiglia di una volta

    Una ricerca della III F dell'Istituto "Roberto Valturio"

    di Rimini, 1989-1990


    Tra autobiografia e documentazione storica, pubblico una ricerca fatta nella 'mia' III F dell'Istituto Valturio di Rimini nell'anno scolastico 1989-1990.

    Eccone il testo completo.

    Gli alunni della III F dell'Istituto "Roberto Valturio" di Rimini, nello scorso anno scolastico 1989-1990, hanno avviato un dialogo su questi temi, poche decine di minuti alla settimana, nei ritagli delle due ore di Storia ed Educazione Civica. Ne è venuta fuori una raccolta di testimonianze che siamo lieti di presentare. [a.m.]

    INTRODUZIONE
    1.
    La famiglia nella società ha sempre avuto un ruolo fondamentale, in particolar modo per quanto riguarda l'educazione dei figli.
    Infatti, è proprio l'ambiente famigliare in cui il ragazzo vive, che condiziona il suo carattere e la sua personalità, e che quindi lo aiuta a crescere, determinando il rapporto con gli altri e l'inserimento nella società.
    E' interessante osservare come, con il passare del tempo, il nucleo famigliare si sia più volte trasformato ed evoluto nella sua struttura ed anche nei rapporti fra i vari componenti della famiglia.
    Oggi, un esempio lampante lo possiamo ricavare confrontando la famiglia moderna (quella in cui viviamo tutti i giorni), con quella dei nostri genitori ed ancora meglio con quella dei nostri nonni: la cosiddetta famiglia patriarcale.
    2. Infatti, benché siano passati soltanto 50-60 anni, un periodo cioè relativamente breve, non si può negare che la famiglia sia totalmente cambiata.
    Gli aspetti di questo nucleo famigliare 'antico', si possono delineare attraverso le notizie raccolte mediante interviste a genitori e nonni, che ci hanno dato la possibilità di sapere qualcosa di meno vago rispetto a quanto sapevamo della vita dei nostri genitori.
    Questo lavoro ci ha permesso anche di capire che il mondo in cui viviamo noi, oggi, ha le sue radici in quelle determinate abitudini e in quei modi di vita.
    3. Gli aspetti emersi dalla nostra ricerca, li abbiamo raggruppati attorno a questi temi:
    a) organizzazione della famiglia e rapporto con i genitori; b) istruzione, cultura ed informazione; c) matrimonio e dote; d) economia; e) divertimenti, pranzi e feste.
    4. L'importanza di questo lavoro, è stata soprattutto quella di farci capire che le persone, molto spesso, sono portate a non considerare degno d'importanza il passato, non rendendosi conto che tutto quanto viviamo oggi noi, non è altro che il frutto dei sacrifici delle generazioni passate.
    Per questo fatto, non abbiamo, in nessun caso, il diritto di disprezzarle.
    5. Non dobbiamo essere sicuri, poi, che la nostra famiglia sia migliore di quella di un tempo. Naturalmente, è vero che in essa il dialogo è più aperto, si parla più liberamente, si può facilmente continuare gli studi, ecc.
    Ma, se da una parte abbiamo ottenuto tutto questo, dall'altra abbiamo perso certi valori importanti, come la solidarietà ed il vero legame famigliare, che sono stati sostituiti dall'indifferenza e dalla solitudine.
    6. Questo ci deve far riflettere, e far nascere in noi una domanda: "Se nel giro di pochi anni il mondo è cambiato così velocemente e radicalmente, cosa accadrà di qui ad altrettanti anni?".
    Il futuro ci deve preoccupare. Dobbiamo stare attenti perché, se i modi di vita cambiano alla pari delle mode, è importante che noi riusciamo a vivere la nostra vita rispecchiando determinati ideali.
    7. L'esperienza di questo lavoro scolastico è stata molto utile anche a livello personale, perché dandoci l'opportunità di avvicinarci di più ai nostri genitori, ci ha fatto comprendere meglio la loro mentalità ed il significato di certi rimproveri che ci rivolgono. E ci ha fornito pure l'occasione di colmare in parte l'abisso che tende a crearsi tra generazioni diverse.
    Classe III F - Anno scolastico 1989-1990
    Istituto "Robero Valturio" - Rimini

    Capitolo I
    L'organizzazione della famiglia ed il rapporto con i genitori
    1.
    Colloquiando con mio padre, sono venuto a conoscenza di alcune cose che mi hanno fatto riflettere molto sul rapporto tra genitori e figli.
    Personalmente, devo confessare di essere alquanto fortunato, perché, pur avendo genitori non molto giovani, ho instaurato con loro un rapporto aperto ed ampio, a differenza del rapporto che esisteva quando erano ragazzi i miei genitori.
    In particolare, mi ha colpito il fatto che i genitori non parlavano molto con i loro figli, e se lo facevano, non erano molto aperti: infatti, c'era un clima di severità e di divisione tra le generazioni.
    Il rapporto veniva ancora ulteriormente congelato se l'aspetto che si trattava era ad esempio il sesso, argomento che non era mai trattato.
    Questa situazione è da collegare con le idee del tempo. Infatti, c'era il padre o comunque il più anziano che era a capo di tutto, e praticamente era come un catalizzatore nella vita famigliare. Tutte le decisioni dovevano passare sotto il suo giudizio.
    In contrapposizione a questa situazione che tendeva ad unire le famiglie numerose, c'era invece un rapporto tra genitori e figli che si limitava soltanto alla prima, ma neppure importante educazione, e poi soprattutto a tramandare di padre in figlio il mestiere principale che sosteneva economicamente la famiglia; quindi nel complesso il dialogo non era molto approfondito.
    2. Si parlava di meno nella famiglia patriarcale, rispetto ad oggi, perché allora c'era il terrore da parte dei figli di esprimersi a sproposito, e soprattutto perché s'imponeva su tutti l'immagine del padre serio, severo.
    Ai genitori di dava del 'voi', perché si voleva evidenziare il rispetto che andava portato verso di loro. Di regola, il padre era più rigido della madre, mentre quest'ultima, specialmente nelle famiglie numerose, assumeva le mansioni di una serva.
    I figlio dovevano lavorare e tacere. Una nonna racconta che in casa sua bastava lo sguardo del marito per far chiudere ogni discussione. E gli undici figli obbedivano in silenzio.
    3. La famiglia patriarcale era molto numerosa. Erano gli anni del fascismo: e lo stato dava soldi a chi si sposava o chiamava i figli col nome del duce, e a chi aveva molti figli non venivano fatte pagare le tasse.
    Una testimonianza di una nonna di 71 anni: "Nella maggior parte delle famiglie, la donna aveva la cura dei figli e della loro educazione. Gli uomini diventavano operai, contadini e soprattutto braccianti. Alcuni emigravano verso altri paesi, in cerca di un lavoro e di un avvenire migliore, lasciando moglie e figli in Italia".
    Un padre di 63 anni: "In casa nostra eravamo in 23 persone, tra zii, genitori e cugini, mentre mia madre era la sorella maggiore di nove figli. La famiglia era priva di assistenza medica, in compenso aveva un gran senso religioso: infatti, tutti erano molto credenti. Mio zio, sentendo le campane dell'Ave Maria, smetteva per un momento di lavorare e si toglieva il cappello".
    4. Una nonna di 75 anni: "Mio babbo morì che io ero la più piccola di quattro fratelli, allora la mamma decise di andare da mio zio, perché non riusciva a sostenere economicamente la famiglia. A casa dello zio, io dovevo rimanere sempre in casa, per fare le faccende, mentre tutti gli altri lavoravano fuori. Così io ero sempre quella con meno soldi, ed anche quando incominciai a lavorare, la maggior parte dei soldi che prendevo, li pretendeva mia madre. Quando mi sono sposata, non volevo andare ad abitare da mio marito, perché loro erano in molti: ma mio suocero non avrebbe mai permesso di sposarci se non fossi andata a vivere con loro… In quella casa, chi comandava era mio suocero, un uomo acido e severo che aveva un gran potere, tanto che lo chiamavo 'il generale'. Tutti i figli avevano una gran paura di lui, sua moglie era come una serva che non si lamentava mai, ed i figli davano sempre ragione a lui. Io ero l'ultima di quattro nuore, la mia camera era la più piccola: la più grande era toccata al primo figlio che si era sposato. A tavola, non sedevo vicina a mio marito, ma all'ultimo posto perché ero arrivata per ultima. Noi nuore, eravamo considerate come delle operaie che lavoravano, e tutti i nostri guadagni dovevamo darli al capofamiglia, che decideva come spenderli: ma lui comperava solo per la moglie e per i figli, e noi nuore dovevamo arrangiarci".

    Capitolo II
    L'istruzione, la cultura e l'informazione

    1. Ogni persona, attualmente, ha un'istruzione obbligatoria di otto anni di scuola. Molti anni fa, questo problema non si poneva. Infatti, era già molto finire la quinta elementare, chi ci riusciva, e soprattutto chi poteva. Gli altri si accontentavano di arrivare alla terza elementare, e poi dovevano andare a lavorare, se appartenevano a famiglie non benestanti. Logicamente, chi aveva più danaro, poteva continuare negli studi.
    Generalmente, erano i genitori ad obbligare i figli a smettere la scuola, o perché dovevano aiutare la madre, nel badare anche i fratelli più piccoli, o perché ad esempio i maschi dovevano lavorare nei campi.
    I giovani si rendevano conto che bisognava stare a casa ad aiutare, rinunciando alla scuola, anche se ciò comportava molto dispiacere e sconforto, perché a quei tempi i giovani erano desiderosi di istruzione. Molti genitori, se non la maggior parte, erano analfabeti. Il tempo per andare a scuola non c'era, bisognava soltanto pensare a guadagnarsi da vivere, con la propria fatica.
    Di solito, le bambine oltre a badare i piccoli, facevano la tela in casa. I maschi erano addetti ai lavori pesanti.
    2. Mia nonna non poté andare a scuola perché quand'era bambina in quelle campagne non c'era la scuola. La maestra arrivò quando mia nonna aveva sedici anni. Così non imparò a leggere e a scrivere, e di ciò si dispiace tuttora.
    Per quanto riguarda i suoi figli, non poterono studiare perché dovevano lavorare e portare i soldi in famiglia. Su undici figli, due morirono ancora piccoli.
    studiarono fino alla quinta elementare soltanto i quattro maschi che dovevano occuparsi della famiglia.
    Uno soltanto proseguì, con grandi sacrifici della famiglia, essendo ammalato e non potendo così lavorare duramente nei campi.
    Delle cinque femmine, una studiò, ma perché si fece suora, ed un'altra frequentò le medie senza proseguire.
    3. Un'altra storia. Solo in quattro su dodici componenti della famiglia di mia nonna, sapevano scrivere. Sette fratelli dovevano sempre lavorare, e a scuola non venivano mandati. L'ottavo che avrebbe dovuto andarci, non ne aveva voglia e marinava sempre le lezioni.
    Di quei sette, quattro erano maschi, ed impararono a leggere e a scrivere soltanto sotto le armi.
    Ma che cosa leggevano? I giornali non li comperavano, perché in quelle condizioni economiche bisognava prima pensare ad altre cose, piuttosto che alla spesa per acquistare un quotidiano od una rivista.
    A quei tempi c'era la radio, che però avevano soltanto i signori nelle città. Quindi le notizie si avevano dalla gente con cui si parlava, e che a sua volta veniva a saperle dagli altri.
    I miei abitavano alla Grotta Rossa. Il babbo comperò il televisore nel 1959: da allora, in casa nostra si riunirono tutti i vicini di casa che arrivavano anche da sei-sette chilometri di distanza. Con la tv, incominciarono ad avere le notizie dal mondo, tutti i giorni.

    Matrimonio e dote
    1.
    Quando le ragazze andavo nei locali da ballo, dovevano essere sempre accompagnate da un fratello maggiore.
    Già al momento della loro nascita, le mamme e le nonne cominciavano a preparare il corredo per il matrimonio, che a quel tempo era chiamato dote.
    La dote veniva fatta per le femmine soltanto, ed era preparata in casa, grazie al telaio che tutti avevano, ed in seguito erano le stesse giovani che si occupavano del ricamo a mano.
    Qualche giorno prima del matrimonio, la dote veniva messa in ordine ed esposta ai famigliari, all'interno della camera da letto della sposa.
    Il corredo era composto di solito da un certo numero di camicie da notte, tra cui una particolarmente bella, che doveva essere indossata la prima notte di nozze.
    Per quanto riguarda le spese del matrimonio, lo sposo doveva pagare la camera da letto e l'abito della sposa.
    Egli riceveva dai genitori, alla loro morte, tutti i loro beni, nel caso però che fosse il primogenito.
    Al momento del matrimonio, la sposa assumeva automaticamente il cognome del marito, e gli sposi erano obbligati ad andare a vivere dai genitori del marito.
    2. Mia mamma, al momento del matrimonio, non aveva confezionato il corredo, ma aveva conservato i soldi guadagnati, con il lavoro, da tutta la famiglia, e distribuiti in parti uguali a tutti i sette fratelli.
    Per mantenere la tradizione, comperò allora poche lenzuola, in quanto i soldi sarebbero serviti per pagare la nuova casa.
    Era già una differenza con le tradizioni del passato, quelle dei nostri nonni, quando la donna andava a vivere in casa del marito con la sua famiglia.
    Forse deriva proprio da questo fatto, l'usanza di costituire una dote, che consisteva nel corredo, ma anche in apporti economici, come terreni ed animali.
    Mia nonna aveva in casa sua un telaio con il quale, giorno per giorno, realizzava il suo corredo, o quello delle sorelle, che veniva poi ricamato a mano.
    Per quanto riguarda l'eredità, il padre di mia madre aveva fatto parti uguali, senza alcuna distinzione, poi però la nonna (forse più legata alle tradizioni), aveva voluto una piccola parte in più per il maschio maggiore.

    Capitolo IV
    L'economia

    1.Quando la famiglia era di tipo contadino, naturalmente i suoi utili derivavano dall'agricoltura e dall'allevamento di bestiame e di galline.
    Una parte dei raccolti veniva tenuta per il fabbisogno, ed il resto venduto. L'uva, però, si teneva tutta. Invece, il vino ricavato, in parte si consumava ed in parte si vendeva alle osterie di Rimini.
    Gli altri raccolti venivano ceduti così: ai mugnai il grano ed il granturco, il resto era venduto alle botteghe o sul mercato ortofrutticolo. Vitelloni, polli, conigli, maiali, cavalli ed anche bachi da seta venivano ceduti alla fiera. Gli unici animali che non si vendevano erano i buoi che si usavano per coltivare la terra.
    2. Non possedendo la terra che coltivavano, i contadini dovevano cedere una parte degli utili ai padroni. I vitelli e le mucche li comprava il padrone, e li doveva mantenere il contadino. Il padrone voleva anche una percentuale di polli e di uova nel corso dell'anno.
    3. Un tempo i soldi erano pochi, in quanto il guadagno era scarso e le spese a cui provvedere erano tante. Così, molto spesso si ricorreva al baratto, quando si andava a comperare nelle botteghe i generi di cui si aveva bisogno.
    4. Un'altra storia di ambiente contadino. Prima che mia mamma nascesse, i nonni avevano un appezzamento di terreno in montagna: e poiché non era fertile, decisero di venderlo e di andare a lavorare "sotto padrone" in collina.
    I guadagni dovevano essere divisi con il padrone per quanto riguardava i prodotti agricoli, mentre i soldi ricavati dalla vendita di animali da cortile, andavano tutti ai miei nonni.
    Al tempo della mietitura, tutti i parenti andavano al podere per aiutare nel lavoro, e ricevevano in cambio lo stesso servizio in un momento successivo.
    Dopo la mietitura, chi voleva, andava a raccogliere i residui di cui si appropriava, senza doverli dividere con nessuno: era la cosiddetta "spigolatura". [Ma alcuni 'padroni' pretendevano una parte del raccolto della "spigolatura", n.d.r.]
    Il guadagno della famiglia era costituito anche dalla vendita dei conigli e delle loro pelli che venivano raccolte, assieme al ferro vecchio e agli stracci, da un uomo che passava casa per casa, col suo grido consueto: "Strazz, doni, oh!". I soldi ricavati venivano dati ai figli.
    5. Una situazione ben diversa era invece quella della famiglia di mio babbo che, non avendo un podere, fu costretta ad emigrare in Germania, dove trovò lavoro presso un campo che ospitava operai italiani.
    Mia nonna, contro la sua volontà, dovette cucinare per tutti quegli italiani, invece di andare a lavorare assieme ai suoi connazionali. Di quel periodo ricorda ancora due parole tedesche che significano "piano" e "bene".
    6. La famiglia dei miei nonni era invece alquanto "signorile", in quanto il nonno era impiegato nelle Ferrovie, con un lavoro cioè che consentiva una vita un pò agiata. La nonna era casalinga.
    In quella famiglia, che aveva otto figli, esisteva un buon rapporto basato sulla solidarietà, tanto che tutti andavano d'accordo tra loro.
    I maschi frequentarono le scuole industriali e poi si impiegarono nelle Ferrovie, tramandandosi il lavoro paterno. Le figlie non potevano allontanarsi dalla famiglia e così si prestarono a lavorare come sarte, all'età di diciassette anni, per arrotondare lo stipendio del loro padre e far quadrare il bilancio della famiglia.

    Capitolo V
    Divertimenti, pranzi
    e feste
    1.
    Una volta gli svaghi per i giovani erano ben diversi da quelli di oggi. Infatti, non esistevano discoteche, anche se c'erano dei modesti locali dove si poteva andare a ballare.
    Comunque, nella maggior parte dei casi, i giovani si riunivano in feste che venivano date una volta in casa di un amico,una volta in quella di un altro.
    In queste feste non si usava soltanto ballare, ma si mangiavano anche dolci e torte, e si facevano molti giochi. Ognuno dei partecipanti s'impegnava a portare qualcosa. Di solito, il padrone di casa pensava al rinfresco, mentre gli altri procuravano il giradischi ed i dischi.
    Queste feste di solito duravano fino a tarda sera, ed i giovani non potevano andarci soli, infatti c'era l'obbligo che fossero accompagnati da una persona più anziana che li controllasse, particolarmente se andavano in un locale pubblico.
    2. Ai giovani non era permesso di uscire molto spesso, fatta eccezione per il periodo di carnevale.
    Anche le persone adulte usavano riunirsi. Era un'abitudine della famiglia contadina quella di ritrovarsi insieme agli amici, la sera in inverno, nelle stalle, che erano i luoghi più caldi.
    Durante queste "veglie", gli uomini erano soliti fumare e giocare a carte, discutendo del più o del meno, mentre le donne facevano la calza. Inoltre, durante il mese dei morti, alla "veglia" si pregava davanti ad un piccolo altare costruito in casa, e spesso si accendevano ceri e candele.
    Quando arrivava la primavera, al tempo delle pannocchie e del grano, ci si riuniva nelle aie, dove si scherzava, si suonava e si ballava in allegria.
    3. Nella vita della famiglia contadina, un momento molto importante era il pranzo, che rappresentava un incontro tra parenti ed amici, soprattutto nelle occasioni speciali, come Natale, Pasqua o alla fine della trebbiatura.
    In queste grandi occasioni, si mangiavano cibi molto prelibati per quel tempo, come carne, cappelletti, capponi.
    Molto spesso, questi pranzi erano allietati anche dalla musica e dalle danze.
    Escluse queste poche occasioni, la tavola contadina era molto povera. Infatti, si mangiavano solitamente patate, fagioli e polenta.


    [I testi sono stati curati da:
    Arena Lucia,
    Balducci Raffaella,
    Berardi Massimo,
    Bugli Stefano,
    Calandrini Patrizia,
    Canini Marzia,
    Catani Candida,
    Gallinucci Andrea,
    Mussoni Raffaella,
    Peruzzi Benedetta,
    Pesaresi Valeria,
    Urbinati Luigi.]

    Antonio Montanari



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  • Silvano Cardellini, a dieci anni dalla scomparsa.
    Alcuni testi miei presenti sul web.
    2006
    Adesso che ci hai provvisoriamente lasciati, lo sai che dieci minuti fa mi ha telefonato Giovanni per dirmi che te ne sei andato. Il tuo calvario è finito. Magra consolazione. Retorica inevitabile.
    A Giovanni ho detto che stavo scrivendo al computer proprio una cosa sul giornalismo, riandando al pensiero a quegli anni lontani in cui ci siamo conosciuti, quaranta anni fa tondi tondi.
    Stavo scrivendo che ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Che si passa dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un popolo che vanta una superiorità mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore. E che come via di mezzo fra le partite a biliardo e le navi in bottiglia c’è il giornalismo.
    Giornalismo che tu, al contrario di me, hai esercito da professionista al «Carlino» con quell’intermezzo nella gloria di un’impresa disperata, con il «Messaggero» traghettato in Romagna da Raul Gardini.
    Ecco: i giornalisti spesso hanno l’ambizione di capire più degli altri (come i giocatori di biliardo) e di costruire cose inutili come le navi in bottiglia. Questo accade soprattutto in un terra di provincia come nonostante tutto era ed è Rimini. Capitale del turismo, ma pur sempre gretta città che non amava Fellini, ed adesso che è diventato come un marchio di fabbrica, lo esibisce ad ogni passo ed in ogni occasione. Sino alla nausea.
    Tu queste cose le sapevi. Hai scritto un bel pezzo, «Una botta d’orgoglio», poche pagine che finite nei libri sono un documento che all’inizio dice che «Normali non siamo».
    Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno.
    Abbiamo lavorato assieme, alla fine degli anni Sessanta, al «Corso» con Gianni Bezzi.
    Bezzi era ‘reduce’ dal «Carlino» dove lo avevo conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Tu avevi dimostrato sin dall’inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico, eri il ragazzino del liceo che maturava un’esperienza nuova, scrivevi bene, non c’era da correggere nulla. Stavamo crescendo assieme, io poi avevo lasciato quel mondo, avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982, per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio Terenzi, il fondatore del «Ponte».
    Tante volte ci siamo trovati assieme in varie occasioni. Il tempo passava. Con un particolare accanimento del destino, sei stato dolorosamente provato dalla malattia per molti anni. Una delle ultime volte che ci siamo incontrati per strada, eri in bicicletta, qualche mese fa, hai risposto al mio saluto con una frase che mi ha raggelato: «È dura». Era la prima volta che mi lasciavi intravedere il tuo tormento.
    Hai scritto con Fortunato Urbinati (l’amico bancario che faceva stupende ed irridenti vignette firmandosi «Uf!») una storia del giornalismo riminese. Chi ne farà una nuova dovrà dedicare una pagina anche a te, testimone per vari decenni delle cronache di una città che non è «normale».
    E quando incontri Davide Minghini, Uf!, Gianni ed i vecchi amici riminesi d’un tempo, abbraccia tutti. Aspettiamo i vostri commenti.
    Ciao, Silvano.
    Un'aggiunta di carattere storico.
    «Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?». Attorno a quest'interrogativo ruotava il componimento che lo studente Silvano Cardellini (Liceo scientifico Serpieri) presentò al premio giornalistico «Mario Fabbri» nel 1965 e che la commissione (composta dallo scrittore Luigi Pasquini, dal giornalista Flavio Lombardini e da Duilio Cavalli, corrispondente riccionese del Carlino) giudicò degno del primo premio per la sezione «Cronaca e giornalismo». Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vinse nella sezione «Critica e storia», e Mauro Gardenghi (Classico) in quella «Fantasia e arte».
    Il testo di Cardellini (intitolato «Io e Dante») fu pubblicato con gli altri premiati nel «Quaderno 5. Panorama 1965» dell'Associazione giornalisti e scrittori riminesi presieduta da Flavio Lombardini.

    Diario italiano
    Il Rimino 175, anno XII
    Luglio 2010
    Tama 1002, 25.07.2010
    Un altro resto del Carlino

    La notte del 19 febbraio 1990 Andrea Basagni e Silvano Cardellini fuggono dalla redazione del Carlino verso quella del Messaggero, sbarcato in Romagna per volontà di Raul Gardini, marito di Idina Ferruzzi. Andrea Barbato su Rai3 definisce la vicenda un caso di "cannibalismo editoriale". L'unico giornale italiano a parlare dello straordinario evento, è il torinese La Stampa. Ne è corrispondente lo stesso Cardellini. A cui quell'avventura non sarà mai perdonata. Fallito il progetto di Gardini, Silvano ritorna nell'antica casa, dove adesso gli hanno intestato la redazione riminese.
    Eravamo diventati amici sinceri alla fine degli anni Sessanta, lavorando assieme al Corso diretto da Gianni Bezzi, un altro reduce del Carlino riminese. Dove era stato vice capo-pagina. Uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo aveva buttato sulla strada. Nel 1969 era poi andato a Roma al Corriere dello Sport, per il quale scrisse sino alla morte, avvenuta nel febbraio 2000 all'età di 60 anni.
    Silvano aveva dimostrato sin dall'inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico. Era ancora studente di liceo scientifico, maturava con passione in un'esperienza nuova, scriveva bene, non c'era da correggere nulla. Lo avevo soprannominato il Montanelli riminese. Nel 1965 aveva vinto il premio giornalistico Mario Fabbri (antico corrispondente del Carlino) con un componimento intitolato "Io e Dante", che ruotava attorno a questo interrogativo: "Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?". Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vince nella sezione Critica e storia, e Mauro Gardenghi (Classico) in quella Fantasia e arte.
    Gianni Bezzi lo avevo conosciuto proprio al Carlino, a cui collaborai per qualche tempo dal 1960. Studente in legge, bravo, intelligente, fu soprattutto amico sincero nell'impostarmi sul metodo di ricerca della notizia e nella stesura dei brevi testi di cronaca.
    Sia Gianni, sia Silvano hanno trovato nel Carlino il trampolino di lancio ed una terribile trappola. Per Silvano l'odierna intitolazione della redazione riminese, non ripara nulla. Gli tagliarono le gambe al ritorno all'ovile, avrebbe potuto diventare un ottimo inviato se non un arguto direttore. Ha fatto sino all'ultimo il lavoro umile della cronaca che di solito è affidato ai cronisti in fasce. La sua tristezza era il "resto" del Carlino. [1002]

    24 dicembre 2007.
    Caro Carlino (e tutto il resto)
    Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
    Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
    L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
    Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
    Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
    Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
    In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
    Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
    Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
    Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
    E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
    C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
    C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
    C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
    Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
    [L'amica Cristella mi inviò un suo commento: "Ero presente al Museo per i festeggiamenti del Cinquantenario del Carlino. Meldini ha detto semplicemente "chiunque sapesse tenere in mano la penna" e quanto indicato in parentesi ("tenerla bene") è la precisazione - doverosa, direi - di chi ha steso la cronaca di quella giornata. In effetti la battuta di Meldini mi era apparsa molto limitativa nei confronti dei collaboratori." Le risposi: "Non sapevo della celebrazione, nessuno ha avuto la cortesia di avvertirmi, figùrati dopo quasi 50 anni. Quando l'anno scorso ho mandato al Carlino il mio ricordo su Silvano Cardellini, il redattore capo mi ha chiamato chiedendomi in qual veste intervenivo perché lui è a Rimini soltanto da 18 anni e non mi conosceva. Poi il testo è stato massacrato da tagli."]
    Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
    Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.
    Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
    Lo ricordai sul web con queste righe.
    Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
    Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
    Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
    Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo.
    Ciao, Gianni
    Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant’anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
    Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
    Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
    C’era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
    Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
    Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c’era andato così, per sport.
    Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
    Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l’unico errore della sua vita.
    Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
    Nel gennaio del ‘67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
    Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del ’900. Ciao, Gianni.

    L'anno scorso (2006) è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico: «Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».


    "Riministoria" e' un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", e' da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001. Antonio Montanari, 47921 Rimini, via Emilia 23 (Celle). Tel. 0541.740173
    Pagina 2267, creata 24.07.2016, 10:40

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  • A proposito del volume "Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro", edito da "il Ponte".

    Padre del concetto di «amicizia civica» (da intendersi quale «concordia politica» secondo Nicola Abbagnano [«Dizionario di Filosofia», I]), è quell'Aristotele che giganteggia nella mente del personaggio manzoniano di don Ferrante.
    Il quale lo aveva scelto come suo autore per essere pure lui un filosofo («Promessi sposi», cap. XXVII), anzi un «dotto», come si legge nel passo dove (ib., cap. XXXVII) si dà notizia della sua morte per peste, ovvero per quella strana realtà indimostrabile mediante ragionamento, ma da lui ammessa soltanto quale effetto delle influenze astrali.
    Don Ferrante era in buona compagnia: sua moglie donna Prassede (ib., cap. XXV) «faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello».

    Se sovrapponiamo all'aristotelismo di don Ferrante le pretese ermeneutiche “totalitarie” di donna Prassede, otteniamo l'ideale figura del filosofo odierno che crede all'«amicizia civile» di Aristotele, ma dimentica che essa è concordia tra uguali in un mondo di disuguali.
    Infatti, come si studiava un tempo, Aristotele ritiene che per “natura” ci siano uomini capaci di fare i cittadini ed altri no.
    Ad esempio, né i coloni né gli operai potevano essere cittadini, ovvero partecipare al governo della cosa pubblica.
    Ritenendo che “per natura” gli uomini non sono uguali, Aristotele legittima la schiavitù.

    Il nostro richiamo alle pagine manzoniane sulla strana coppia Ferrante-Prassede, è non un vuoto ricordo di cose passate, ma un solido richiamo ai tanti fenomeni odierni per cui cerchiamo una concordia politica, anche se non ci preoccupiamo che essa sia garantita da un rinvio non ad Aristotele ma alla nostra Costituzione.
    Vengono a proposito queste preziose parole di Vladimiro Zagrebelsky («La Stampa», 23.11.2015): «La libertà richiede rispetto degli altri e eguaglianza. […] Il vero ineliminabile collante è la tolleranza consapevole. Essa non è relativismo indifferente, ma riconoscimento delle libertà altrui».

    L'«amicizia civile» di Aristotele non perviene a questo riconoscimento. La formula affascina, ma il suo retroterra non garantisce nulla, come dimostra la storia d'Europa che, scrive Zagrebelsky, «ha conosciuto roghi e fucilazioni di eretici e oppositori», per cui dobbiamo difendere «la società aperta, plurale, tollerante» che «è più debole di quella resa monolitica da una unica ideologia totalitaria».
    La forza di questa debolezza, ci sembra, sta nel credere che la «tolleranza consapevole» non nasce da cattive amicizie civiche ma da buone radici di dialogo e confronto, che ogni giorno sta a noi di cercare e trapiantare ovunque.

    Ancora Zagrebelsky. Il 24 dicembre su «Repubblica» ha scritto che, nella vita politica, occorre mirare a rifiutare l'«ingiustizia radicale» dell'utopia (perché «la giustizia solo razionale può diventare un mostro assassino»), attraverso l'educazione, il cui uso da parte della politica andrebbe sottoposto a controllo.

    Stesso giornale e stessa data: il lungo pezzo di Eugenio Scalfari su «Misericordia. L'arma di Papa Francesco per la pace nel mondo» si chiude con un augurio: «che la fratellanza e l'amore del prossimo, la libertà e la giustizia abbiano la meglio su tutto il resto».

    Dunque, per tornare al principio di questa nota, l'«amicizia civica» è nulla se non scaturisce da uguaglianza, libertà e giustizia, con buona pace di Aristotele e dei suoi lettori di oggi.
    Dovrebbe apparire significativo il fatto che il nuovo Vescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, nell'insediamento ufficiale, ha citato alcuni articoli della nostra Costituzione, tra cui quello (il n. 3) che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…».

    Alla vigilia di Natale, sul «Venerdì» di «Repubblica», Curzio Maltese ha affrontato proprio il tema della dignità, con una sostanziale visione negativa della realtà italiana: «La perdita di dignità», ha scritto, «è inflitta dall'alto al basso, ma viaggia anche in senso inverso e ormai i cittadini non hanno alcuna considerazione delle istituzioni e delle élite».
    Così «un veleno violento» si sparge nella società, facendo risorgere razzismo e xenofobia, e favorendo «la folle corsa a nuove catastrofiche guerre».
    Proprio nella Messa della Notte di Natale, il Papa ha parlato della necessità di «coltivare un forte senso della Giustizia», dando così ragione al suo amico Eugenio Scalfari ed all'articolo di quel giorno, apparso su «Repubblica».

    Ed a proposito di Giustizia, proprio la Chiesa di Roma è tirata in ballo da un'inchiesta nata al suo interno sull'Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica: «Poi, sull'iniziativa è sceso il silenzio», commenta Filippo di Giacomo, notista de «il Venerdì» (24.12.2015). Ed infine c'è il processo vaticano “sospeso” contro i due giornalisti italiani Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
    Ovvero, non basta parlare di Giustizia, ma occorre praticarla.


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  • Anna Rosa Balducci,
    «Idee per una mattina di pioggia»

    Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
    Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

    La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
    Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

    La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

    L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
    Dove ricominciare, e come?
    Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
    Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

    Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

     

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA


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