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    «Idee per una mattina di pioggia»

    Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
    Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

    La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
    Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

    La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

    L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
    Dove ricominciare, e come?
    Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
    Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

    Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

     

    Antonio Montanari
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  • Era il 1961. Storie antiche di giornalismo riminese.


    Un amarcord veloce. Avevo 19 anni nel 1961. Come scrissi anni fa, piombò a Rimini, con lussuosa sede al grattacielo, tale Carlo de' Siena, con un settimanale ("Europa flash"), che scomparve dopo pochi numeri: era l'imitazione del noto rotocalco "Oggi". Si presentava come un grande esperto, ma non conosceva neppure le telescriventi.
    Credo, per notizie molto successive, che quell'impresa editoriale fosse più legata al controllo della città che era base militare Nato, che ad un'idea di fare qualcosa di nuovo nel panorama giornalistico nazionale.

    Una quindicina d'anni dopo aiutai un amico a sopravvivere ad una carognata estrema ricevuta da un quotidiano, collaborando ad un suo foglio locale. Ad un certo punto anche per noi arrivò una lussuosa sede (non ne avevamo mai avuta una, tranne un tavolo in tipografia), avendo ricevuto un contratto editoriale: la pagina fissa di un centro studi giuridico-economici. Che poi (molti anni dopo) scoprii essere una emanazione dei "servizi", curata da un collega che avrebbe fatta brillante carriera universitaria. Transitando dalla estrema destra molto surriscaldata di quegli anni. E godendo di un appoggio famigliare a sua volta basato sulla massoneria bolognese-romagnola.

    ARCHIVIO
    Dal mio blog politico sulla Stampa on line del 24/12/2007.
    Caro Carlino (e tutto il resto)
    Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
    Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
    L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
    Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
    Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
    Montenaggi Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
    In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
    Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
    Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
    Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
    E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
    C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
    C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
    C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
    Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
    Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
    Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.

    Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
    Lo ricordai sul web con queste righe.
    Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
    Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
    Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
    Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo, il mio Tama 749.
    Ciao, Gianni
    Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant'anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
    Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
    Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
    C'era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
    Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
    Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c'era andato così, per sport.
    Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
    Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l'unico errore della sua vita.
    Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
    Nel gennaio del '67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
    Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del '900. Ciao, Gianni.

    L'anno scorso è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico:
    «Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che (come hai scritto tu) «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall'informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».

    Fuori tema, in apparenza. Rimini, il giornalismo, il sottoscritto e "La Stampa", con mia gratitudine ad Anna Masera. Da il Rimino 157, anno XI. Gennaio 2009.

    Antonio Montanari
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  • A Vittorio Emiliani, «Romagnoli & Romagnolacci», come recita il titolo del suo ultimo libro (Minerva ed., Bologna), debbono essere grati per questa sua enciclopedia del ventesimo secolo. Nella quale Rimini ha un ruolo non secondario. A partire proprio dall'introduzione, dove Emiliani ci ricorda (p. 5) un aspetto spesso dimenticato o cancellato per convenienza diciamo così politica, il rispetto del passato.
    Emiliani rimanda al piano regolatore di Rimini al quale, alla fine degli anni '60, «ci si aggrappava per scongiurare la speculazione (un nuovo supermarket) che la Curia intendeva autorizzare nel palazzo dell'antico Seminario, a lato nientemeno del magico Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti».
    Come, nella stessa zona, quel passato sia stato poi violentato dai politici, lo dimostra ciò che ancor oggi si può vedere ponendosi accanto alla fiancata a mare del Mercato coperto, e guardando verso Est (il Nord è al porto...): ovvero l'inserimento volgare e becero del cemento moderno all'interno dei muri trecenteschi del convento francescano. Dove ebbe sede la prima biblioteca pubblica d'Italia (1430).
    E poi andate a controllare qualche vecchio volume che riproduca la facciata della chiesa di san Francesco, alla sinistra di quella del Tempio, oggi orribile prospetto di vetro e cemento. Esisteva ancora negli anni Cinquanta, quando al Tempio si teneva la Sagra musicale malatestiana, la cui prima edizione è del 1950, anno della riconsacrazione della chiesa dopo i restauri postbellici.
    Un'altra tirata d'orecchi, Emiliani la riserva a Rimini a p. 111 dove la definisce «strana città che la monocultura turistica esasperata ha letteralmente stravolto».
    E pure qui il rinvio è ad una questione edilizia, il rifacimento del teatro in piazza Cavour con un progetto poi ritirato dopo esser stato definito «culone». A questo progetto Emiliani collega «l'ottusità dimostrata da tutta una serie di amministratori riminesi» (p. 112). Non gli si può dare torto.

    Antonio Montanari
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  • Turismo ieri ed oggi.
    Rimini, una vocazione da rispettare.

    L'intervento di Giorgio Montanari sulle «varie tipologie vacanziere» («Corriere di Romagna» del 21.07) mette a fuoco aspetti fondamentali del nostro turismo, che riguardano ciò che un tempo si chiamava la vocazione delle località balneari. Purtroppo, negli ultimi decenni, si è passati dallo sviluppo di quella vocazione, storicamente consolidata, all'invenzione di modelli miseramente falliti.
    A Rimini si è tentato di sostituire la città del mare con quella della notte. Successivamente hanno meditato sul «modello Dubai», con grattacieli in riva al mare, per un futuro radioso di cemento che minacciava di cancellare la fisionomia delle nostre coste e della nostra cultura. La crisi economica, mondiale prima e nazionale poi, ha messo in ginocchio, anche a causa di altri fattori come quelli elegantemente detti malavitosi, un sistema economico che era frutto del sacrificio di tante persone che l'avevano creato, garantendo un'occupazione stagionale invidiata dal resto d'Italia.
    Per Rimini tutto ciò è gelosamente simboleggiato dalle ruspe del TRC che, nella «zona Lagomaggio», hanno demolito pezzi di case costruite negli anni del boom con tanti sacrifici, quando la camera da letto era data in affitto, e tutta la famiglia si trasferiva in un timido e ristretto garage.
    Oggi così va il mondo. Dimenticare il passato permette di ipotizzare che Rimini-città non debba essere sviluppata come luogo turistico. Essa non è soltanto un'appendice fondamentale della marina. Perché la città protegge e garantisce la marina.
    Nessuno vuol voltare le spalle al mare: si tranquillizzi il sindaco di Rimini, intervenuto il 18 luglio scorso («Corriere di Romagna»). Promettere nuove fogne non è un'impresa eroica, né un dono per interventi soprannaturali. Si tratta di ordinaria amministrazione.
    Molto efficace lo slogan propostoci dal sindaco: «Da città sul mare a città di mare». Ma in sostanza il discorso non cambia. Il mare non vive senza una città dietro di sé, che diventa un valore aggiunto per un turismo consapevole che esso, come tutta la vita comunitaria, non è un «credere, obbedire, combattere» di tragica memoria.
    Ma, come per la cultura, è confronto e dialogo, dove nessuno può pretendere di avere sempre ragione. E ciò vale per chi rappresenta la «Cosa pubblica» e per chi agisce in nome del «Privato», che mai è stato un'opera caritatevole vocata alla perdita dei soldi investiti. Come ci si vuol fare credere ora, per certe situazioni in crisi o disperate, nonostante proclami di futuri bilanci positivi.
    La «zona Lagomaggio» violentata dal TRC è proprio il simbolo all'incontrario di quella «città di mare» a cui pensa il sindaco di Rimini nell'articolo del 18 luglio. Ma come si fa a conciliare il suo programma con i fatti che l'Amministrazione comunale di Rimini approva e condivide, anche se smentiscono quel programma? Il TRC non è un'opinione, è una dura realtà.
    I ruderi di Palazzo Lettimi in pieno centro, invece di essere utilizzati come ambiente «parigino» (definizione ufficiale del Comune) per recite o concerti, dovrebbero diventare un luogo della memoria, un archivio ben sistemato e protetto di immagini della città e del suo mare, a 70 anni dalla Liberazione di Rimini e dalla fine di quel dramma che fu la guerra che rase al suolo tutta la città.

    Antonio Montanari
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  • Il cane da guardia.
    Giornalismo e politica a Rimini in crisi.

    Lettera a "il Ponte", 7 dicembre 2013


    Caro Direttore don Giovanni Tonelli,
    il tuo editoriale apparso nel "Ponte" dell'8 dicembre scorso, lancia un giusto ed onesto allarme sulla crisi di Rimini.
    Fonte bene informata mi spiega che la "situazione" dell'aeroporto di Miramare era nota agli addetti ai lavori già da sei anni. Noi "semplici cittadini", come recitavano le cronache politiche di un tempo, abbiamo smesso da parecchio di meravigliarci, non perché dotati di particolare sensibilità, ma soltanto in virtù del fatto che alla favola della cicogna non abbiamo mai creduto. Né ci crediamo soprattutto ora.
    Un Comune come Rimini, che per la prestigiosa carica di Assessore alla Cultura va in prestito a Cesena onde trovare una persona degnissima, racconta forse in maniera trascurata ma efficace una certa visione del Mondo che non è considerata meritevole di attenzione.
    All'inizio di questo secolo XXI, a Rimini si facevano grandi (e strani) progetti, proprio mentre da molto lontano arrivavano chiari segnali della crisi economica mondiale incipiente, che ora ha ridotto noi italiani come dei naufraghi senza scialuppa di salvataggio. E a chi, come il sottoscritto, ne scrisse qualcosa sopra un quotidiano locale, arrivò la risentita risposta politica che rivendicava, con elegante ma sovrabbondante retorica, l'inconfessata superiorità della classe dirigente amministrativa che si autoproclamava unica depositaria della funzione di decidere.
    L'aumento dell'astensionismo alle urne, e quelle forme partitiche classificate con la controversa etichetta di "populismo", confermano un unico dato di fatto: i cittadini non riescono più a sopportare ("digerire") questi politici, con una giudizio sommario che fa di ogni erba un fascio, in una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
    Ma è colpa dei cittadini o colpa dei politici che hanno servito a tavola cibi indigesti al punto che l'inventore della riforma elettorale appena bocciata dalla Corte Costituzionale, l'aveva definita una "porcata"? Veniva allora, e viene ancora, facile il gioco di chiedersi se quella etichetta fosse una specie di autobiografia volontaria, confessata per orgoglio di appartenenza ad una certa linea politica.
    Hai molta ragione, caro direttore, nel sottolineare, chiudendo l'editoriale, questi aspetti: 1) individualismo dei riminesi, 2) furbizia di certe persone o gruppi, 3) loro recita pubblica, litigando soltanto sui giornali locali (secondo la vecchia lezione dei proverbiali "ladri di Pisa").
    L'ultima tua annotazione ("Ognuno però ha il peso di una classe politica che si merita"), centrando il tema con efficacia, abbisognerebbe di un approfondimento che lo spazio non ti permetteva.
    Anche tu credi che la libera stampa sia il cane da guardia della democrazia. Per questo, quel cane non deve abbaiare alla luna, ma deve registrare ed illustrare, giorno dopo giorno, tutto quello che non va, senza guardare in faccia a nessuno.
    In tempi in cui la crisi della stampa tradizionale fa temere la scomparsa dal formato di carta per molte testate, facendole rifugiare nel mondo del web, occorrerebbe che la gente comune sentisse il bisogno di un'informazione indipendente (come quella che dimostra il tuo fondo), affiancandosi con un sostegno economico al giornale che legge.
    Il quale sostegno dovrebbe garantire al cane da guardia il cibo che altrimenti sarebbe costretto ad attendere da altre mani. Un cibo che, se offerto gratis, sempre contiene delicati e dolci sonniferi perché poi il lettore, alzando gli occhi attorno a sé, non veda quanto accade.
    Cordiali auguri a tutti.
    Antonio Montanari


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