• Storia

    Storia

  • La famiglia di una volta

    Una ricerca della III F dell'Istituto "Roberto Valturio"

    di Rimini, 1989-1990


    Tra autobiografia e documentazione storica, pubblico una ricerca fatta nella 'mia' III F dell'Istituto Valturio di Rimini nell'anno scolastico 1989-1990.

    Eccone il testo completo.

    Gli alunni della III F dell'Istituto "Roberto Valturio" di Rimini, nello scorso anno scolastico 1989-1990, hanno avviato un dialogo su questi temi, poche decine di minuti alla settimana, nei ritagli delle due ore di Storia ed Educazione Civica. Ne è venuta fuori una raccolta di testimonianze che siamo lieti di presentare. [a.m.]

    INTRODUZIONE
    1.
    La famiglia nella società ha sempre avuto un ruolo fondamentale, in particolar modo per quanto riguarda l'educazione dei figli.
    Infatti, è proprio l'ambiente famigliare in cui il ragazzo vive, che condiziona il suo carattere e la sua personalità, e che quindi lo aiuta a crescere, determinando il rapporto con gli altri e l'inserimento nella società.
    E' interessante osservare come, con il passare del tempo, il nucleo famigliare si sia più volte trasformato ed evoluto nella sua struttura ed anche nei rapporti fra i vari componenti della famiglia.
    Oggi, un esempio lampante lo possiamo ricavare confrontando la famiglia moderna (quella in cui viviamo tutti i giorni), con quella dei nostri genitori ed ancora meglio con quella dei nostri nonni: la cosiddetta famiglia patriarcale.
    2. Infatti, benché siano passati soltanto 50-60 anni, un periodo cioè relativamente breve, non si può negare che la famiglia sia totalmente cambiata.
    Gli aspetti di questo nucleo famigliare 'antico', si possono delineare attraverso le notizie raccolte mediante interviste a genitori e nonni, che ci hanno dato la possibilità di sapere qualcosa di meno vago rispetto a quanto sapevamo della vita dei nostri genitori.
    Questo lavoro ci ha permesso anche di capire che il mondo in cui viviamo noi, oggi, ha le sue radici in quelle determinate abitudini e in quei modi di vita.
    3. Gli aspetti emersi dalla nostra ricerca, li abbiamo raggruppati attorno a questi temi:
    a) organizzazione della famiglia e rapporto con i genitori; b) istruzione, cultura ed informazione; c) matrimonio e dote; d) economia; e) divertimenti, pranzi e feste.
    4. L'importanza di questo lavoro, è stata soprattutto quella di farci capire che le persone, molto spesso, sono portate a non considerare degno d'importanza il passato, non rendendosi conto che tutto quanto viviamo oggi noi, non è altro che il frutto dei sacrifici delle generazioni passate.
    Per questo fatto, non abbiamo, in nessun caso, il diritto di disprezzarle.
    5. Non dobbiamo essere sicuri, poi, che la nostra famiglia sia migliore di quella di un tempo. Naturalmente, è vero che in essa il dialogo è più aperto, si parla più liberamente, si può facilmente continuare gli studi, ecc.
    Ma, se da una parte abbiamo ottenuto tutto questo, dall'altra abbiamo perso certi valori importanti, come la solidarietà ed il vero legame famigliare, che sono stati sostituiti dall'indifferenza e dalla solitudine.
    6. Questo ci deve far riflettere, e far nascere in noi una domanda: "Se nel giro di pochi anni il mondo è cambiato così velocemente e radicalmente, cosa accadrà di qui ad altrettanti anni?".
    Il futuro ci deve preoccupare. Dobbiamo stare attenti perché, se i modi di vita cambiano alla pari delle mode, è importante che noi riusciamo a vivere la nostra vita rispecchiando determinati ideali.
    7. L'esperienza di questo lavoro scolastico è stata molto utile anche a livello personale, perché dandoci l'opportunità di avvicinarci di più ai nostri genitori, ci ha fatto comprendere meglio la loro mentalità ed il significato di certi rimproveri che ci rivolgono. E ci ha fornito pure l'occasione di colmare in parte l'abisso che tende a crearsi tra generazioni diverse.
    Classe III F - Anno scolastico 1989-1990
    Istituto "Robero Valturio" - Rimini

    Capitolo I
    L'organizzazione della famiglia ed il rapporto con i genitori
    1.
    Colloquiando con mio padre, sono venuto a conoscenza di alcune cose che mi hanno fatto riflettere molto sul rapporto tra genitori e figli.
    Personalmente, devo confessare di essere alquanto fortunato, perché, pur avendo genitori non molto giovani, ho instaurato con loro un rapporto aperto ed ampio, a differenza del rapporto che esisteva quando erano ragazzi i miei genitori.
    In particolare, mi ha colpito il fatto che i genitori non parlavano molto con i loro figli, e se lo facevano, non erano molto aperti: infatti, c'era un clima di severità e di divisione tra le generazioni.
    Il rapporto veniva ancora ulteriormente congelato se l'aspetto che si trattava era ad esempio il sesso, argomento che non era mai trattato.
    Questa situazione è da collegare con le idee del tempo. Infatti, c'era il padre o comunque il più anziano che era a capo di tutto, e praticamente era come un catalizzatore nella vita famigliare. Tutte le decisioni dovevano passare sotto il suo giudizio.
    In contrapposizione a questa situazione che tendeva ad unire le famiglie numerose, c'era invece un rapporto tra genitori e figli che si limitava soltanto alla prima, ma neppure importante educazione, e poi soprattutto a tramandare di padre in figlio il mestiere principale che sosteneva economicamente la famiglia; quindi nel complesso il dialogo non era molto approfondito.
    2. Si parlava di meno nella famiglia patriarcale, rispetto ad oggi, perché allora c'era il terrore da parte dei figli di esprimersi a sproposito, e soprattutto perché s'imponeva su tutti l'immagine del padre serio, severo.
    Ai genitori di dava del 'voi', perché si voleva evidenziare il rispetto che andava portato verso di loro. Di regola, il padre era più rigido della madre, mentre quest'ultima, specialmente nelle famiglie numerose, assumeva le mansioni di una serva.
    I figlio dovevano lavorare e tacere. Una nonna racconta che in casa sua bastava lo sguardo del marito per far chiudere ogni discussione. E gli undici figli obbedivano in silenzio.
    3. La famiglia patriarcale era molto numerosa. Erano gli anni del fascismo: e lo stato dava soldi a chi si sposava o chiamava i figli col nome del duce, e a chi aveva molti figli non venivano fatte pagare le tasse.
    Una testimonianza di una nonna di 71 anni: "Nella maggior parte delle famiglie, la donna aveva la cura dei figli e della loro educazione. Gli uomini diventavano operai, contadini e soprattutto braccianti. Alcuni emigravano verso altri paesi, in cerca di un lavoro e di un avvenire migliore, lasciando moglie e figli in Italia".
    Un padre di 63 anni: "In casa nostra eravamo in 23 persone, tra zii, genitori e cugini, mentre mia madre era la sorella maggiore di nove figli. La famiglia era priva di assistenza medica, in compenso aveva un gran senso religioso: infatti, tutti erano molto credenti. Mio zio, sentendo le campane dell'Ave Maria, smetteva per un momento di lavorare e si toglieva il cappello".
    4. Una nonna di 75 anni: "Mio babbo morì che io ero la più piccola di quattro fratelli, allora la mamma decise di andare da mio zio, perché non riusciva a sostenere economicamente la famiglia. A casa dello zio, io dovevo rimanere sempre in casa, per fare le faccende, mentre tutti gli altri lavoravano fuori. Così io ero sempre quella con meno soldi, ed anche quando incominciai a lavorare, la maggior parte dei soldi che prendevo, li pretendeva mia madre. Quando mi sono sposata, non volevo andare ad abitare da mio marito, perché loro erano in molti: ma mio suocero non avrebbe mai permesso di sposarci se non fossi andata a vivere con loro… In quella casa, chi comandava era mio suocero, un uomo acido e severo che aveva un gran potere, tanto che lo chiamavo 'il generale'. Tutti i figli avevano una gran paura di lui, sua moglie era come una serva che non si lamentava mai, ed i figli davano sempre ragione a lui. Io ero l'ultima di quattro nuore, la mia camera era la più piccola: la più grande era toccata al primo figlio che si era sposato. A tavola, non sedevo vicina a mio marito, ma all'ultimo posto perché ero arrivata per ultima. Noi nuore, eravamo considerate come delle operaie che lavoravano, e tutti i nostri guadagni dovevamo darli al capofamiglia, che decideva come spenderli: ma lui comperava solo per la moglie e per i figli, e noi nuore dovevamo arrangiarci".

    Capitolo II
    L'istruzione, la cultura e l'informazione

    1. Ogni persona, attualmente, ha un'istruzione obbligatoria di otto anni di scuola. Molti anni fa, questo problema non si poneva. Infatti, era già molto finire la quinta elementare, chi ci riusciva, e soprattutto chi poteva. Gli altri si accontentavano di arrivare alla terza elementare, e poi dovevano andare a lavorare, se appartenevano a famiglie non benestanti. Logicamente, chi aveva più danaro, poteva continuare negli studi.
    Generalmente, erano i genitori ad obbligare i figli a smettere la scuola, o perché dovevano aiutare la madre, nel badare anche i fratelli più piccoli, o perché ad esempio i maschi dovevano lavorare nei campi.
    I giovani si rendevano conto che bisognava stare a casa ad aiutare, rinunciando alla scuola, anche se ciò comportava molto dispiacere e sconforto, perché a quei tempi i giovani erano desiderosi di istruzione. Molti genitori, se non la maggior parte, erano analfabeti. Il tempo per andare a scuola non c'era, bisognava soltanto pensare a guadagnarsi da vivere, con la propria fatica.
    Di solito, le bambine oltre a badare i piccoli, facevano la tela in casa. I maschi erano addetti ai lavori pesanti.
    2. Mia nonna non poté andare a scuola perché quand'era bambina in quelle campagne non c'era la scuola. La maestra arrivò quando mia nonna aveva sedici anni. Così non imparò a leggere e a scrivere, e di ciò si dispiace tuttora.
    Per quanto riguarda i suoi figli, non poterono studiare perché dovevano lavorare e portare i soldi in famiglia. Su undici figli, due morirono ancora piccoli.
    studiarono fino alla quinta elementare soltanto i quattro maschi che dovevano occuparsi della famiglia.
    Uno soltanto proseguì, con grandi sacrifici della famiglia, essendo ammalato e non potendo così lavorare duramente nei campi.
    Delle cinque femmine, una studiò, ma perché si fece suora, ed un'altra frequentò le medie senza proseguire.
    3. Un'altra storia. Solo in quattro su dodici componenti della famiglia di mia nonna, sapevano scrivere. Sette fratelli dovevano sempre lavorare, e a scuola non venivano mandati. L'ottavo che avrebbe dovuto andarci, non ne aveva voglia e marinava sempre le lezioni.
    Di quei sette, quattro erano maschi, ed impararono a leggere e a scrivere soltanto sotto le armi.
    Ma che cosa leggevano? I giornali non li comperavano, perché in quelle condizioni economiche bisognava prima pensare ad altre cose, piuttosto che alla spesa per acquistare un quotidiano od una rivista.
    A quei tempi c'era la radio, che però avevano soltanto i signori nelle città. Quindi le notizie si avevano dalla gente con cui si parlava, e che a sua volta veniva a saperle dagli altri.
    I miei abitavano alla Grotta Rossa. Il babbo comperò il televisore nel 1959: da allora, in casa nostra si riunirono tutti i vicini di casa che arrivavano anche da sei-sette chilometri di distanza. Con la tv, incominciarono ad avere le notizie dal mondo, tutti i giorni.

    Matrimonio e dote
    1.
    Quando le ragazze andavo nei locali da ballo, dovevano essere sempre accompagnate da un fratello maggiore.
    Già al momento della loro nascita, le mamme e le nonne cominciavano a preparare il corredo per il matrimonio, che a quel tempo era chiamato dote.
    La dote veniva fatta per le femmine soltanto, ed era preparata in casa, grazie al telaio che tutti avevano, ed in seguito erano le stesse giovani che si occupavano del ricamo a mano.
    Qualche giorno prima del matrimonio, la dote veniva messa in ordine ed esposta ai famigliari, all'interno della camera da letto della sposa.
    Il corredo era composto di solito da un certo numero di camicie da notte, tra cui una particolarmente bella, che doveva essere indossata la prima notte di nozze.
    Per quanto riguarda le spese del matrimonio, lo sposo doveva pagare la camera da letto e l'abito della sposa.
    Egli riceveva dai genitori, alla loro morte, tutti i loro beni, nel caso però che fosse il primogenito.
    Al momento del matrimonio, la sposa assumeva automaticamente il cognome del marito, e gli sposi erano obbligati ad andare a vivere dai genitori del marito.
    2. Mia mamma, al momento del matrimonio, non aveva confezionato il corredo, ma aveva conservato i soldi guadagnati, con il lavoro, da tutta la famiglia, e distribuiti in parti uguali a tutti i sette fratelli.
    Per mantenere la tradizione, comperò allora poche lenzuola, in quanto i soldi sarebbero serviti per pagare la nuova casa.
    Era già una differenza con le tradizioni del passato, quelle dei nostri nonni, quando la donna andava a vivere in casa del marito con la sua famiglia.
    Forse deriva proprio da questo fatto, l'usanza di costituire una dote, che consisteva nel corredo, ma anche in apporti economici, come terreni ed animali.
    Mia nonna aveva in casa sua un telaio con il quale, giorno per giorno, realizzava il suo corredo, o quello delle sorelle, che veniva poi ricamato a mano.
    Per quanto riguarda l'eredità, il padre di mia madre aveva fatto parti uguali, senza alcuna distinzione, poi però la nonna (forse più legata alle tradizioni), aveva voluto una piccola parte in più per il maschio maggiore.

    Capitolo IV
    L'economia

    1.Quando la famiglia era di tipo contadino, naturalmente i suoi utili derivavano dall'agricoltura e dall'allevamento di bestiame e di galline.
    Una parte dei raccolti veniva tenuta per il fabbisogno, ed il resto venduto. L'uva, però, si teneva tutta. Invece, il vino ricavato, in parte si consumava ed in parte si vendeva alle osterie di Rimini.
    Gli altri raccolti venivano ceduti così: ai mugnai il grano ed il granturco, il resto era venduto alle botteghe o sul mercato ortofrutticolo. Vitelloni, polli, conigli, maiali, cavalli ed anche bachi da seta venivano ceduti alla fiera. Gli unici animali che non si vendevano erano i buoi che si usavano per coltivare la terra.
    2. Non possedendo la terra che coltivavano, i contadini dovevano cedere una parte degli utili ai padroni. I vitelli e le mucche li comprava il padrone, e li doveva mantenere il contadino. Il padrone voleva anche una percentuale di polli e di uova nel corso dell'anno.
    3. Un tempo i soldi erano pochi, in quanto il guadagno era scarso e le spese a cui provvedere erano tante. Così, molto spesso si ricorreva al baratto, quando si andava a comperare nelle botteghe i generi di cui si aveva bisogno.
    4. Un'altra storia di ambiente contadino. Prima che mia mamma nascesse, i nonni avevano un appezzamento di terreno in montagna: e poiché non era fertile, decisero di venderlo e di andare a lavorare "sotto padrone" in collina.
    I guadagni dovevano essere divisi con il padrone per quanto riguardava i prodotti agricoli, mentre i soldi ricavati dalla vendita di animali da cortile, andavano tutti ai miei nonni.
    Al tempo della mietitura, tutti i parenti andavano al podere per aiutare nel lavoro, e ricevevano in cambio lo stesso servizio in un momento successivo.
    Dopo la mietitura, chi voleva, andava a raccogliere i residui di cui si appropriava, senza doverli dividere con nessuno: era la cosiddetta "spigolatura". [Ma alcuni 'padroni' pretendevano una parte del raccolto della "spigolatura", n.d.r.]
    Il guadagno della famiglia era costituito anche dalla vendita dei conigli e delle loro pelli che venivano raccolte, assieme al ferro vecchio e agli stracci, da un uomo che passava casa per casa, col suo grido consueto: "Strazz, doni, oh!". I soldi ricavati venivano dati ai figli.
    5. Una situazione ben diversa era invece quella della famiglia di mio babbo che, non avendo un podere, fu costretta ad emigrare in Germania, dove trovò lavoro presso un campo che ospitava operai italiani.
    Mia nonna, contro la sua volontà, dovette cucinare per tutti quegli italiani, invece di andare a lavorare assieme ai suoi connazionali. Di quel periodo ricorda ancora due parole tedesche che significano "piano" e "bene".
    6. La famiglia dei miei nonni era invece alquanto "signorile", in quanto il nonno era impiegato nelle Ferrovie, con un lavoro cioè che consentiva una vita un pò agiata. La nonna era casalinga.
    In quella famiglia, che aveva otto figli, esisteva un buon rapporto basato sulla solidarietà, tanto che tutti andavano d'accordo tra loro.
    I maschi frequentarono le scuole industriali e poi si impiegarono nelle Ferrovie, tramandandosi il lavoro paterno. Le figlie non potevano allontanarsi dalla famiglia e così si prestarono a lavorare come sarte, all'età di diciassette anni, per arrotondare lo stipendio del loro padre e far quadrare il bilancio della famiglia.

    Capitolo V
    Divertimenti, pranzi
    e feste
    1.
    Una volta gli svaghi per i giovani erano ben diversi da quelli di oggi. Infatti, non esistevano discoteche, anche se c'erano dei modesti locali dove si poteva andare a ballare.
    Comunque, nella maggior parte dei casi, i giovani si riunivano in feste che venivano date una volta in casa di un amico,una volta in quella di un altro.
    In queste feste non si usava soltanto ballare, ma si mangiavano anche dolci e torte, e si facevano molti giochi. Ognuno dei partecipanti s'impegnava a portare qualcosa. Di solito, il padrone di casa pensava al rinfresco, mentre gli altri procuravano il giradischi ed i dischi.
    Queste feste di solito duravano fino a tarda sera, ed i giovani non potevano andarci soli, infatti c'era l'obbligo che fossero accompagnati da una persona più anziana che li controllasse, particolarmente se andavano in un locale pubblico.
    2. Ai giovani non era permesso di uscire molto spesso, fatta eccezione per il periodo di carnevale.
    Anche le persone adulte usavano riunirsi. Era un'abitudine della famiglia contadina quella di ritrovarsi insieme agli amici, la sera in inverno, nelle stalle, che erano i luoghi più caldi.
    Durante queste "veglie", gli uomini erano soliti fumare e giocare a carte, discutendo del più o del meno, mentre le donne facevano la calza. Inoltre, durante il mese dei morti, alla "veglia" si pregava davanti ad un piccolo altare costruito in casa, e spesso si accendevano ceri e candele.
    Quando arrivava la primavera, al tempo delle pannocchie e del grano, ci si riuniva nelle aie, dove si scherzava, si suonava e si ballava in allegria.
    3. Nella vita della famiglia contadina, un momento molto importante era il pranzo, che rappresentava un incontro tra parenti ed amici, soprattutto nelle occasioni speciali, come Natale, Pasqua o alla fine della trebbiatura.
    In queste grandi occasioni, si mangiavano cibi molto prelibati per quel tempo, come carne, cappelletti, capponi.
    Molto spesso, questi pranzi erano allietati anche dalla musica e dalle danze.
    Escluse queste poche occasioni, la tavola contadina era molto povera. Infatti, si mangiavano solitamente patate, fagioli e polenta.


    [I testi sono stati curati da:
    Arena Lucia,
    Balducci Raffaella,
    Berardi Massimo,
    Bugli Stefano,
    Calandrini Patrizia,
    Canini Marzia,
    Catani Candida,
    Gallinucci Andrea,
    Mussoni Raffaella,
    Peruzzi Benedetta,
    Pesaresi Valeria,
    Urbinati Luigi.]

    Antonio Montanari



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  • "Per chi ha qualche ricordo un po' in là nel tempo, sa che l'estate non ha mai portato troppi consigli alla politica ed ai politici. Anzi. Che cosa accadde, ad esempio, un due agosto alla stazione di Bologna? Un 4 agosto, ci fu la strage dell'Italicus.
    Prima di un ferragosto un partito di destra inonda l'Italia con un manifesto beneaugurante. Dieci giorni dopo, a Torino la magistratura scopre il "golpe bianco" di Edgardo Sogno con il sostegno della loggia P2 di Licio Gelli, e previsto appunto per  ferragosto. Con l'intervento dei militari si voleva realizzare una repubblica presidenziale. Era il 1974.
    Dobbiamo andare in vacanza con l'incubo che il passato ritorni?
    [Dal blog che pubblicavo nella sezione politica della "Stampa" di Torino. 29 luglio 2008. Anno III, post n. 236 (613).]

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA

     


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  • Il mio 1943 è quello di un bambino di pochi mesi (sono nato alla fine dell'agosto precedente), che ne ha avuto contezza attraverso i racconti di famiglia.
    Diceva mia madre Maddalena Nozzoli che gentilmente a casa nostra, in Palazzo Lettimi, posto al centro della città a due passi dal Tempio di Sigismondo Malatesti, in quel gennaio arrivò la polizia politica a perquisire l'abitazione, in relazione all'arresto di suo fratello Guido, preso a Bologna, dove svolgeva servizio militare.
    L'imputazione era di attività sovversiva mediante la distribuzione di volantini intitolati "Non credere, non obbedire, non combattere". Aveva fatto la spia un amico o conoscente, di cui ho saputo soltanto che Guido una volta lo incontrò a Roma in un bar, lo guardò fisso in volto, e quello si mise a tremare rovesciandosi addosso il caffellatte che stava sorseggiando. Parole dello stesso Guido.
    (L'espressione "ho avuto contezza", era un modo tipico di esprimersi dello zio, non una stravaganza mia.)
    Tra i capi d'imputazione, oltre al reato di "attività politica contraria al regime", c'era pure quello di essere detentore di libri proibiti dal regime, come il "Tallone di ferro" di London o "La madre" di Gor'kij, libri che peraltro "venivano venduti anche sulle bancarelle". Lo raccontò lui stesso in una manifestazione intitolata "Autobiografia di una generazione", i cui atti con lo stesso titolo sono stati poi pubblicati a stampa (1983).
    Talora, quando compro qualche libro alquanto compromettente, come quelli un po' scottanti di Storia passata o recente, mi viene da pensare a quell'imputazione, al fatto che potremmo anche noi essere accusati di leggere testi non graditi al Potere politico.

    Fonte di questa pagina: un mio articolo del settimanale "il Ponte" (09.12.1990), ed il volume "I giorni dell'ira".

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA


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  • Tutti commentano con amarezza la sentenza del tribunale militare di Verona, per l’assoluzione dei due superstiti imputati della strage di Fragheto. Ma nessuno ricorda che la stessa sorte ebbero molto, moltissimo tempo fa gli imputati italiani.

    Pubblico qualcosa sul tema, da un mio articolo della serie de “I giorni dell’ira” apparso sul settimanale di Rimini “il Ponte”, il 4.11.1990.

    (All’indice di “Rimini ieri. Cronache dalla città“.)

    Nella settimana santa del ‘44, tedeschi e repubblichini danno la caccia ai partigiani tra i monti della Valmarecchia: siamo a Fragheto, frazione di Casteldeci. Candido Gabrielli, classe 1921, vede arrivare i partigiani che portano con loro un soldato germanico. «Lo scontro tra partigiani e tedeschi… durò tre o quattro ore», e si risolse con la fuga dei partigiani, sopraffatti dalle truppe hitleriane. Il tedesco prigioniero riesce a scappare, raggiunge il suo Comando che decide un’azione di rappresaglia contro la popolazione di Fragheto, rea di aver ospitato i partigiani. I nazisti passano casa per casa, «uccidendo vecchi, donne, bambini». Le case vengono incendiate. E’ il venerdì santo.

    La domenica di Pasqua, mons. Luigi Donati si unisce a Ponte Messa ad un gruppo di persone che stava andando a Fragheto: «Ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo terribile, raccapricciante. [...] La maggior parte delle case bruciate aveva il tetto di lastre che era crollato seppellendo persone e cose, lì sotto il fuoco ardeva ancora». A chi gli chiedeva notizie, nei giorni successivi, sulla ferocia di tedeschi e repubblichini, abbattutasi a Fragheto, mons. Donati rispondeva: «Mi vergogno di essere uomo».

    Scheda. Le vittime civili furono 33, tra cui «un bimbo di 18 anni», come scrisse   Guglielmo Marconi nelle sue memorie (p. 139 di Vita e ricordi sull’8ª bri­gata romagnola, Maggioli, 1984). Nello stesso te­sto (p. 96, nota 93), è riportato un bollet­tino militare sullo scontro ar­mato tra partigiani e tedeschi, prima dell’eccidio: «Dopo quasi tre ore di combattimento i tede­schi la­sciavano sul terreno più di cento [uomini] tra morti e feriti, mentre i nostri reparti si ritira­vano con soli quattro morti e due feriti leggeri». Poi, «i tedeschi fucilarono trenta­tré persone della popolazione lo­cale, unicamente responsabile dell’esser stata vi­cino al luogo del combatti­mento». In altre parti del testo di Marconi, si parla di responsabi­lità di «brigatisti ita­liani» (p. 104) e di «sete di sangue dei fa­scisti» che «si scagliò anche sui pochi civili, vecchi, donne e bimbi del luogo… senza che fos­sero colpevoli di atti di guerra» (p. 105).


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  • Un'idea nuova di Risorgimento emerge da quanto la prof. Annamaria Graziosi Ripa scrive su Rimini nel volume "La voce delle donne", curato da J. Bentini (ed. Allemandi): le fonti storiche, solo in parte qui pubblicate per esigenze di spazio, "fanno pensare a una presenza costante ed a una partecipazione quotidiana delle donne di ogni ceto alla piccola storia della città, che si sta intrecciando con la storia della nazione che nasce". L'autrice ha potuto illustrare la vita di due sole figure, suor Maria Elisabetta Renzi (1786-1859) e Maria Boorman Wheeler Ceccarini (1840-1896).
    A madre Renzi si deve la fondazione delle Maestre Pie dell'Addolorata (1839), tuttora presenti a livello locale, nazionale (con 32 case) e mondiale (23 centri missionari in America Latina, USA, Africa e Bangladesh). Di lei, beatificata nel 1979, papa Giovanni Paolo II disse: "Elisabetta si accorse, con intuito profetico, che stava sorgendo un'epoca in cui le donne avrebbero assunto nuove responsabilità sociali". Graziosi Ripa ricorda il debutto di madre Renzi nel 1824 a Coriano, dove esiste dal 1818 un "Conservatorio per le ragazze povere". Maria Elisabetta "mette subito a frutto le sue doti preziose, il rigore morale, la capacità organizzativa e la grande generosità di cuore", nel contesto di una grave miseria che affligge la campagna riminese.
    Lo stesso contesto caratterizza gli interventi di Maria Boorman Wheeler moglie di Giovanni Ceccarini, medico e patriota la cui famiglia abita a Riccione. Dopo la morte del marito (1888), la signora che era nata a New York dove l'ha conosciuto, si adopera in vari modi per aiutare i poveri e tutta la popolazione: distribuzioni di minestre, un giardino d'infanzia, l'ospedale, l'illuminazione pubblica, ed infine il piccolo porto concedendo al Comune di Rimini un importante prestito senza interessi. Il suo ricordo, scrive Graziosi Ripa, è ancora vivissimo a Riccione: "Donna colta e schiva, intelligente e lungimirante ha lasciato una traccia profonda in una piccola e povera borgata che si sarebbe trasformata in un centro balneare prestigioso".
    Anche nell'Ottocento risorgimentale esistono le "indignate" di cui parlano le cronache odierne. Sono ad esempio le ragazze che nel 1831 "portano in trionfo il tricolore" per le strade di Rimini fin sotto il Vescovado, applaudendo il Vescovo Ottavio Zollio che "si affaccia ed acclama alla libertà e alla religione". [XXX, 1056]

    "il Ponte", settimanale, Rimini, 13.11.2011


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