• Amarcord scolastici

    Amarcord scolastici.

    Lettera al "Corriere Romagna", 29 gennaio 2019

    Egregio Direttore,
    ho apprezzato l'amarcord scolastico circa quell'apostrofo dimenticato che le procurò il giudizio negativo della prof. Zennari del mitico Liceo Classico Giulio Cesare di Rimini. Da dove uscivano notizie di un clima molto "punitivo" nei confronti degli allievi, molti dei quali emigravano (si era a metà degli anni Cinquanta) verso l'analogo istituto sammarinese.
    Da queste fughe nasceva in molti ragazzini la paura verso quella scuola, che spingeva a scegliere come alternativa, ad esempio, l'Istituto Magistrale Comunale. Dove però succedevano fatti analoghi. In prima classe, al terzo trimestre, la prof d'Italiano propose in un compito in classe questo titolo: "Quando piove".
    Il mio svolgimento non fu conformista tipo "Se arriva l'acqua dal cielo, apro l'ombrello", ma dichiaratamente rivoluzionario: "Oh che bello, così posso andare a fare un bel giro in bici sotto la pioggia". Morale della favola, la prof d'Italiano mi rimandò a settembre, seguita da quella di Matematica perché nella sua ora leggevo un meraviglioso quotidiano sportivo, e dalla collega di Francese a cui non riusciva gradita la mia perfetta pronuncia (appresa da mio padre) che si scontrava con la sua che sapeva troppo di dialetto romagnolo.
    In quarta Magistrale avemmo un insegnante di Latino che non lo sapeva, mentre restavamo affascinati dalle lezioni ciceroniane del Preside Ermenegildo Prosperi che arrivava talora per sostituire qualche docente. E che davanti alla nostra ignoranza non celava commenti pesanti, verso di noi.
    Il Latino che incontrai poi a Bologna, al Magistero con Elio Pasoli, può essere riassunto con le recenti parole del prof. Ivano Dionigi, ex rettore felsineo: quel docente non avrebbe dato un 30 nemmeno a Cicerone. Ricordo che, in sede di esame, il Pasoli usava lanciare per aria il libretto con urla laceranti anche se la studentessa che interrogava era in avanzato stato di gravidanza. Gli assistenti per farsi belli, bocciavano a tutto spiano. Allo scritto di Latino la mia traduzione fu annientata. Un assistente di Latino ignorava che "nulla sapeva delle nostre cose" equivale a "non sapeva nulla...". Per cui segnava errore nello scritto, adducendo spiegazioni folli. Alla fine nella discussione che ebbi fuori esame con lui, dovette ammettere che tutte le cose che aveva segnato come errori invece andavano bene.
    Eravamo a metà degli anni Sessanta.
    Antonio Montanari
    Altre notizie in Viva la squola. (3)


    2018
    Amarcord la scuola


    Ho frequentato l'Istituto Magistrale alla fine degli anni Cinquanta. Allora la lotta per la supremazia studentesca era affidata in città ai duelli pedagogici di Ragioneria e Classico, l'un contro l'altro armati nella pretesa di sfornare «la meglio gioventù».
    I loro presidi (Remigio Pian ed Arduino Olivieri) rappresentavano con onestà un mondo sgretolato dalla guerra: lo vivevano ancora dentro l'animo, ma non esisteva più. Si legga il regolamento dettato da Olivieri in quegli anni: sembra uscito dalla penna di qualche istitutore della Restaurazione o della Controriforma.
    Alcuni dei miei docenti sono stati anche insegnanti nel «Giulio Cesare», come il preside Ermenegildo Prosperi ed i professori Campagna e Micheli.
    Prosperi, al ritorno dalla vacanze estive, pretendeva che sapessimo il latino dell'anno prima. Ci affascinava però con le sue lezioni di storia del '900, quando sostituiva qualche insegnante assente.
    Campagna in terza magistrale ci aprì nuovi orizzonti. La letteratura mi piaceva, lui citava continuamente Francesco De Sanctis, io ne lessi di corsa la storia della letteratura nei due volumetti editi da Feltrinelli. Non amava molto la Storia. Nel libro di testo usato allora, ho ancora i «no» relativi ad importanti argomenti che ci fece 'saltare'. Era gustosamente polemico.
    Come tema ci propose una volta di sceneggiare un episodio dantesco. Mi cimentai con quello di Paolo e Francesca. Al momento del «disiato riso» e prima del bacio, facevo congiungere le loro mani. L'idea non piacque a Campagna. Neppure quando, guarda caso, la trovai realizzata in un carosello televisivo.
    Micheli aveva una capacità di esposizione eccezionale, ma non sapeva mantenere la disciplina. Oltre il primo banco, non si udiva parola del suo brillante eloquio. Non fece mai lezione di Geografia, prima dell'Esame di Abilitazione, per pura precauzione, mi premurai di guardare l'indice del testo.
    La vita scolastica ha uno strano destino. I nostri ricordi ci rimandano spesso non alla sapienza che ci ha trasmesso od ha creduto di fornirci, quanto alle nostre follie studentesche. Ecco perché più della dottrina di un prof, resta la memoria di un suo particolare esistenziale. Come in questa citazione fatta da un giornaletto del «Giulio Cesare»: «Dato un basco, trovare il preside Ceccarelli».
    Se io non sono riuscito mai a capire bene la Matematica, lo debbo ad una professoressa detta Cerbero, conosciuta anche come «DDT» perché non faceva volare una mosca. Terribile, distaccata, gelida, saliva (lei piccolina) su di una cattedra altissima, e ci scrutava con la noia di uno squartatore di pollastri, infastidito dall'odore delle interiora. Dagli occhi traspariva un qualcosa d'indefinibile, come certi gelati fatti in casa, senza gusto e senz'anima.
    La Chimica non l'ho mai assimilata grazie al carosello di nove supplenti succedutesi in sei mesi, e poi sparite dalla circolazione, tutte in congedo per maternità.
    In Italiano, ho rimediato un quattro, quando scrissi che mi piaceva correre in bicicletta sotto la pioggia. Ai nostri tempi non c'era libertà di pensiero. Alla prof. di Lettere volevo regalare una copia della scespiriana «Bisbetica domata», ma non consideravo l'aggettivo corrispondente alla realtà.
    La scuola era come l'antico Olimpo: nella parte di Giove tonante, c'era il preside, mitico eroe della burocrazia e protagonista di mille omeriche battaglie contro merende, sigarette, camicie senza cravatte, cravatte senza giacche e giacche senza bottoni.
    Minacciava una sua circolare: «È vietato fumare nel raggio di 300 metri dalle aule». Fu così che, per puro fatto urbanistico, sotto la sua giurisdizione scolastica finirono il municipio, l'ospedale ed alcune banche.
    Mi iscrissi alle Magistrali, conseguendo nel primo anno un risultato pressoché disastroso. Confermato nella mia antipatia verso la Matematica, fui rimandato ad ottobre, come si diceva dimenticando che gli esami di seconda sessione si svolgevano a settembre. Pagavo pegno per la lettura sottobanco della «Gazzetta dello Sport» in quelle noiosissime ore trascorse in un silenzio surreale che aveva come unica alternativa un ben più compromettente sonnellino. Dopo quell'estate trascorsa chino sui libri, smisi di leggere i quotidiani sportivi.
    Ma la Matematica non fu sola. Dovetti riparare non so perché in Francese, nonostante una discreta pronuncia (insolita in città, dove l'influsso dialettale è deleterio), grazie alla capacità linguistica di mio padre il quale parlava correntemente anche il Tedesco (che però non m'insegnò mai).
    Non c'è due senza tre: nell'ultimo trimestre mi rovinai (o per meglio dire, mi fu rovinata) la più che sufficiente media in Italiano. Nel compito in classe conclusivo scelsi il titolo che diceva semplicemente: «Quando piove». Ispirandomi al proverbiale svolgimento del Pierino delle barzellette, che dovendo trattare di «Quando passa il treno» condensò i suoi pensieri in un laconico: «Mi sposto», mi sarei forse salvato se avessi scritto soltanto: «Apro l'ombrello». Invece mi dedicai con aperta vena confidenziale a spiegare quanto fosse «bello» andare in bicicletta sotto l'acqua.
    Apriti cielo, fu proprio il caso di dire nel fatidico giorno della pubblica correzione dei compiti quando ognuno di noi veniva messo alla berlina se di sesso maschile, od elogiato se apparteneva alla eletta schiera delle femmine che chissà perché sapevano fare tutto, e se anche non capivano granché trovavano in genere completa comprensione da parte delle insegnanti, e anche da parte degli insegnanti (maschi) nei casi rari e particolari in cui alla capacità subentrassero esclusivamente simpatia o bellezza.
    Pure in seconda ripassai a settembre per Italiano perché la nuova professoressa non gradiva le mie spiegazioni letterarie.
    Trascorsi l'estate ad esercitarmi con un amico di mio padre, il prof. Nevio Matteini, noto scrittore e studioso di storia riminese. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere». Le cose filarono lisce in terza e quarta, soprattutto in Italiano.
    In terza il prof. Campagna s'accorse che c'erano allievi bravi allo scritto ma che poi facevano scena muta all'orale. Ideò un tranello, un compito in classe all'improvviso in cui i furbi vennero scoperti. (Uno di loro era molto organizzato. Per lo scritto di Latino portava a scuola pagine e pagine di versioni già tradotte. Una volta si smascherò da solo non essendosi accorto che il testo datoci dalla insegnante era più breve di quello che ricopiò lui.)
    Avevamo il turno pomeridiano. Con la terza che andava al mattino, e quello stesso giorno aveva affrontato pure essa il compito in classe, il prof. Campagna s'era vantato del tranello preparato. Qualche compagno di lotta e di sventura ci avvertì del progetto punitivo e soprattutto dei temi assegnati, che sarebbero stati gli stessi anche per noi. In pochi minuti chi sapeva qualcosa di letteratura poté documentarsi su argomenti di una pignoleria terrificante, e fare ottima figura con grande soddisfazione anche del docente.
    In terza e quarta magistrale ho avuto due ottimi insegnanti di Lettere. Tutti presi dalla Letteratura trascuravano con spaventosa impudicizia l'insegnamento della Storia.
    Conservo ancora i libri di quest'ultima materia: il volume del glorioso Saitta di terza, in certi capitoli ha l'annotazione di mano mia (e volontà del docente), "Saltare".
    Riaprendoli adesso mi vergogno non di quella scritta ma del taglio, che ci privava di antefatti e punti di collegamento.
    A quello che la scuola non poteva o non voleva dire, cercavo timidamente di porre riparo leggendo libri e giornali. La domenica era il giorno sacro, con il pomeriggio tutto dedicato a sfogliare carta.
    Non mi piaceva andare a ballare come facevano molti compagni di scuola, preferivo leggere. Non so se sia servito a qualcosa. Se è servito, il merito va soltanto a chi scriveva su quei giornali, a chi li cucinava bene o male secondo gusti e tendenze dell'epoca, a chi tutto sommato ci apriva la mente per capire qualcosa del mondo.
    Quando frequentavo nella primavera del 1960 la quarta magistrale, comperai nel mitico negozio dei fratelli Sarti che ne furono i primi importatori, un completo di tela di jeans, giacca e calzoni, che feci debuttare in un tranquillo pomeriggio a scuola. Il preside mi vide all'ingresso, mi tenne d'occhio, e durante la ricreazione venne ad accertarsi della mia tenuta nel corridoio vicino alla nostra aula. Impassibile, mi fece un giro attorno guardando con attenzione (soltanto curiosità e nessuno scandalo, immagino) alla stoffa che indossavo. Racconto l'episodio per spiegare che bastava poco per essere messi sotto osservazione e passare per «gioventù bruciata» come si diceva allora ripetendo il titolo di un celebre film del 1955 con James Dean.



    Queste righe raccolgono cose da me scritte in varie sedi, dal settimanale riminese " il Ponte" al web.


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