• Silvano Cardellini, a dieci anni dalla scomparsa.
    Alcuni testi miei presenti sul web.
    2006
    Adesso che ci hai provvisoriamente lasciati, lo sai che dieci minuti fa mi ha telefonato Giovanni per dirmi che te ne sei andato. Il tuo calvario è finito. Magra consolazione. Retorica inevitabile.
    A Giovanni ho detto che stavo scrivendo al computer proprio una cosa sul giornalismo, riandando al pensiero a quegli anni lontani in cui ci siamo conosciuti, quaranta anni fa tondi tondi.
    Stavo scrivendo che ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Che si passa dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un popolo che vanta una superiorità mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore. E che come via di mezzo fra le partite a biliardo e le navi in bottiglia c’è il giornalismo.
    Giornalismo che tu, al contrario di me, hai esercito da professionista al «Carlino» con quell’intermezzo nella gloria di un’impresa disperata, con il «Messaggero» traghettato in Romagna da Raul Gardini.
    Ecco: i giornalisti spesso hanno l’ambizione di capire più degli altri (come i giocatori di biliardo) e di costruire cose inutili come le navi in bottiglia. Questo accade soprattutto in un terra di provincia come nonostante tutto era ed è Rimini. Capitale del turismo, ma pur sempre gretta città che non amava Fellini, ed adesso che è diventato come un marchio di fabbrica, lo esibisce ad ogni passo ed in ogni occasione. Sino alla nausea.
    Tu queste cose le sapevi. Hai scritto un bel pezzo, «Una botta d’orgoglio», poche pagine che finite nei libri sono un documento che all’inizio dice che «Normali non siamo».
    Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno.
    Abbiamo lavorato assieme, alla fine degli anni Sessanta, al «Corso» con Gianni Bezzi.
    Bezzi era ‘reduce’ dal «Carlino» dove lo avevo conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Tu avevi dimostrato sin dall’inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico, eri il ragazzino del liceo che maturava un’esperienza nuova, scrivevi bene, non c’era da correggere nulla. Stavamo crescendo assieme, io poi avevo lasciato quel mondo, avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982, per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio Terenzi, il fondatore del «Ponte».
    Tante volte ci siamo trovati assieme in varie occasioni. Il tempo passava. Con un particolare accanimento del destino, sei stato dolorosamente provato dalla malattia per molti anni. Una delle ultime volte che ci siamo incontrati per strada, eri in bicicletta, qualche mese fa, hai risposto al mio saluto con una frase che mi ha raggelato: «È dura». Era la prima volta che mi lasciavi intravedere il tuo tormento.
    Hai scritto con Fortunato Urbinati (l’amico bancario che faceva stupende ed irridenti vignette firmandosi «Uf!») una storia del giornalismo riminese. Chi ne farà una nuova dovrà dedicare una pagina anche a te, testimone per vari decenni delle cronache di una città che non è «normale».
    E quando incontri Davide Minghini, Uf!, Gianni ed i vecchi amici riminesi d’un tempo, abbraccia tutti. Aspettiamo i vostri commenti.
    Ciao, Silvano.
    Un'aggiunta di carattere storico.
    «Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?». Attorno a quest'interrogativo ruotava il componimento che lo studente Silvano Cardellini (Liceo scientifico Serpieri) presentò al premio giornalistico «Mario Fabbri» nel 1965 e che la commissione (composta dallo scrittore Luigi Pasquini, dal giornalista Flavio Lombardini e da Duilio Cavalli, corrispondente riccionese del Carlino) giudicò degno del primo premio per la sezione «Cronaca e giornalismo». Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vinse nella sezione «Critica e storia», e Mauro Gardenghi (Classico) in quella «Fantasia e arte».
    Il testo di Cardellini (intitolato «Io e Dante») fu pubblicato con gli altri premiati nel «Quaderno 5. Panorama 1965» dell'Associazione giornalisti e scrittori riminesi presieduta da Flavio Lombardini.

    Diario italiano
    Il Rimino 175, anno XII
    Luglio 2010
    Tama 1002, 25.07.2010
    Un altro resto del Carlino

    La notte del 19 febbraio 1990 Andrea Basagni e Silvano Cardellini fuggono dalla redazione del Carlino verso quella del Messaggero, sbarcato in Romagna per volontà di Raul Gardini, marito di Idina Ferruzzi. Andrea Barbato su Rai3 definisce la vicenda un caso di "cannibalismo editoriale". L'unico giornale italiano a parlare dello straordinario evento, è il torinese La Stampa. Ne è corrispondente lo stesso Cardellini. A cui quell'avventura non sarà mai perdonata. Fallito il progetto di Gardini, Silvano ritorna nell'antica casa, dove adesso gli hanno intestato la redazione riminese.
    Eravamo diventati amici sinceri alla fine degli anni Sessanta, lavorando assieme al Corso diretto da Gianni Bezzi, un altro reduce del Carlino riminese. Dove era stato vice capo-pagina. Uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo aveva buttato sulla strada. Nel 1969 era poi andato a Roma al Corriere dello Sport, per il quale scrisse sino alla morte, avvenuta nel febbraio 2000 all'età di 60 anni.
    Silvano aveva dimostrato sin dall'inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico. Era ancora studente di liceo scientifico, maturava con passione in un'esperienza nuova, scriveva bene, non c'era da correggere nulla. Lo avevo soprannominato il Montanelli riminese. Nel 1965 aveva vinto il premio giornalistico Mario Fabbri (antico corrispondente del Carlino) con un componimento intitolato "Io e Dante", che ruotava attorno a questo interrogativo: "Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?". Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vince nella sezione Critica e storia, e Mauro Gardenghi (Classico) in quella Fantasia e arte.
    Gianni Bezzi lo avevo conosciuto proprio al Carlino, a cui collaborai per qualche tempo dal 1960. Studente in legge, bravo, intelligente, fu soprattutto amico sincero nell'impostarmi sul metodo di ricerca della notizia e nella stesura dei brevi testi di cronaca.
    Sia Gianni, sia Silvano hanno trovato nel Carlino il trampolino di lancio ed una terribile trappola. Per Silvano l'odierna intitolazione della redazione riminese, non ripara nulla. Gli tagliarono le gambe al ritorno all'ovile, avrebbe potuto diventare un ottimo inviato se non un arguto direttore. Ha fatto sino all'ultimo il lavoro umile della cronaca che di solito è affidato ai cronisti in fasce. La sua tristezza era il "resto" del Carlino. [1002]

    24 dicembre 2007.
    Caro Carlino (e tutto il resto)
    Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
    Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
    L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
    Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
    Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
    Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
    In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
    Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
    Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
    Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
    E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
    C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
    C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
    C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
    Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
    [L'amica Cristella mi inviò un suo commento: "Ero presente al Museo per i festeggiamenti del Cinquantenario del Carlino. Meldini ha detto semplicemente "chiunque sapesse tenere in mano la penna" e quanto indicato in parentesi ("tenerla bene") è la precisazione - doverosa, direi - di chi ha steso la cronaca di quella giornata. In effetti la battuta di Meldini mi era apparsa molto limitativa nei confronti dei collaboratori." Le risposi: "Non sapevo della celebrazione, nessuno ha avuto la cortesia di avvertirmi, figùrati dopo quasi 50 anni. Quando l'anno scorso ho mandato al Carlino il mio ricordo su Silvano Cardellini, il redattore capo mi ha chiamato chiedendomi in qual veste intervenivo perché lui è a Rimini soltanto da 18 anni e non mi conosceva. Poi il testo è stato massacrato da tagli."]
    Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
    Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.
    Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
    Lo ricordai sul web con queste righe.
    Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
    Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
    Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
    Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo.
    Ciao, Gianni
    Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant’anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
    Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
    Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
    C’era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
    Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
    Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c’era andato così, per sport.
    Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
    Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l’unico errore della sua vita.
    Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
    Nel gennaio del ‘67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
    Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del ’900. Ciao, Gianni.

    L'anno scorso (2006) è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico: «Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».


    "Riministoria" e' un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", e' da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001. Antonio Montanari, 47921 Rimini, via Emilia 23 (Celle). Tel. 0541.740173
    Pagina 2267, creata 24.07.2016, 10:40

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  • A proposito del volume "Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro", edito da "il Ponte".

    Padre del concetto di «amicizia civica» (da intendersi quale «concordia politica» secondo Nicola Abbagnano [«Dizionario di Filosofia», I]), è quell'Aristotele che giganteggia nella mente del personaggio manzoniano di don Ferrante.
    Il quale lo aveva scelto come suo autore per essere pure lui un filosofo («Promessi sposi», cap. XXVII), anzi un «dotto», come si legge nel passo dove (ib., cap. XXXVII) si dà notizia della sua morte per peste, ovvero per quella strana realtà indimostrabile mediante ragionamento, ma da lui ammessa soltanto quale effetto delle influenze astrali.
    Don Ferrante era in buona compagnia: sua moglie donna Prassede (ib., cap. XXV) «faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello».

    Se sovrapponiamo all'aristotelismo di don Ferrante le pretese ermeneutiche “totalitarie” di donna Prassede, otteniamo l'ideale figura del filosofo odierno che crede all'«amicizia civile» di Aristotele, ma dimentica che essa è concordia tra uguali in un mondo di disuguali.
    Infatti, come si studiava un tempo, Aristotele ritiene che per “natura” ci siano uomini capaci di fare i cittadini ed altri no.
    Ad esempio, né i coloni né gli operai potevano essere cittadini, ovvero partecipare al governo della cosa pubblica.
    Ritenendo che “per natura” gli uomini non sono uguali, Aristotele legittima la schiavitù.

    Il nostro richiamo alle pagine manzoniane sulla strana coppia Ferrante-Prassede, è non un vuoto ricordo di cose passate, ma un solido richiamo ai tanti fenomeni odierni per cui cerchiamo una concordia politica, anche se non ci preoccupiamo che essa sia garantita da un rinvio non ad Aristotele ma alla nostra Costituzione.
    Vengono a proposito queste preziose parole di Vladimiro Zagrebelsky («La Stampa», 23.11.2015): «La libertà richiede rispetto degli altri e eguaglianza. […] Il vero ineliminabile collante è la tolleranza consapevole. Essa non è relativismo indifferente, ma riconoscimento delle libertà altrui».

    L'«amicizia civile» di Aristotele non perviene a questo riconoscimento. La formula affascina, ma il suo retroterra non garantisce nulla, come dimostra la storia d'Europa che, scrive Zagrebelsky, «ha conosciuto roghi e fucilazioni di eretici e oppositori», per cui dobbiamo difendere «la società aperta, plurale, tollerante» che «è più debole di quella resa monolitica da una unica ideologia totalitaria».
    La forza di questa debolezza, ci sembra, sta nel credere che la «tolleranza consapevole» non nasce da cattive amicizie civiche ma da buone radici di dialogo e confronto, che ogni giorno sta a noi di cercare e trapiantare ovunque.

    Ancora Zagrebelsky. Il 24 dicembre su «Repubblica» ha scritto che, nella vita politica, occorre mirare a rifiutare l'«ingiustizia radicale» dell'utopia (perché «la giustizia solo razionale può diventare un mostro assassino»), attraverso l'educazione, il cui uso da parte della politica andrebbe sottoposto a controllo.

    Stesso giornale e stessa data: il lungo pezzo di Eugenio Scalfari su «Misericordia. L'arma di Papa Francesco per la pace nel mondo» si chiude con un augurio: «che la fratellanza e l'amore del prossimo, la libertà e la giustizia abbiano la meglio su tutto il resto».

    Dunque, per tornare al principio di questa nota, l'«amicizia civica» è nulla se non scaturisce da uguaglianza, libertà e giustizia, con buona pace di Aristotele e dei suoi lettori di oggi.
    Dovrebbe apparire significativo il fatto che il nuovo Vescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, nell'insediamento ufficiale, ha citato alcuni articoli della nostra Costituzione, tra cui quello (il n. 3) che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…».

    Alla vigilia di Natale, sul «Venerdì» di «Repubblica», Curzio Maltese ha affrontato proprio il tema della dignità, con una sostanziale visione negativa della realtà italiana: «La perdita di dignità», ha scritto, «è inflitta dall'alto al basso, ma viaggia anche in senso inverso e ormai i cittadini non hanno alcuna considerazione delle istituzioni e delle élite».
    Così «un veleno violento» si sparge nella società, facendo risorgere razzismo e xenofobia, e favorendo «la folle corsa a nuove catastrofiche guerre».
    Proprio nella Messa della Notte di Natale, il Papa ha parlato della necessità di «coltivare un forte senso della Giustizia», dando così ragione al suo amico Eugenio Scalfari ed all'articolo di quel giorno, apparso su «Repubblica».

    Ed a proposito di Giustizia, proprio la Chiesa di Roma è tirata in ballo da un'inchiesta nata al suo interno sull'Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica: «Poi, sull'iniziativa è sceso il silenzio», commenta Filippo di Giacomo, notista de «il Venerdì» (24.12.2015). Ed infine c'è il processo vaticano “sospeso” contro i due giornalisti italiani Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
    Ovvero, non basta parlare di Giustizia, ma occorre praticarla.


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  • In ricordo di Ezio Raimondi, scomparso ieri, pubblico questo vecchio articolo.

    Ezio Raimondi, le confessioni di un letterato

    Il suo «esame di coscienza» ripropone la lezione di Renato Serra, «europeo di provincia»
    Ezio Raimondi è figura, nel mondo della cultura e dell'Università, che ormai appartiene alla storia. Il suo ruolo come docente, scrittore e studioso della letteratura è definitivamente certificato da una serie imponente di opere, da un'attività intensa e continua. Chi lo conosce, nell'incontrarlo idealmente in queste «Conversazioni» che Davide Rondoni ha appena pubblicato con Guaraldi, non può non provare un sentimento fatto di molteplici sfumature: all'ammirazione ed alla simpatia verso l'intellettuale raffinato e sempre attento alle ragioni di chi gli si avvicina, si unisce la commozione davanti ad un racconto che svela particolari nascosti, intimi, di una biografia per tanti versi esemplare.
    «Io vengo da una famiglia popolare»: è l'inizio di queste pagine, che dovremmo prendere con l'attenzione alla quale lui ci ha abituato sia nelle lezioni accademiche sia nelle analisi testuali, per cercare di capire ciò che della sua esperienza umana è diventato non soltanto, qui ed ora, un semplice motivo di ricordanza, un gesto abituale della memoria od un riflesso condizionato dell'intelletto, quanto soprattutto ed essenzialmente un atteggiamento morale, un canone esistenziale, una regola filosofica che Raimondi stesso spiega poi nel corso di questa 'conversazione' con Rondoni. La sintesi ideale di questo suo atteggiamento è proprio nelle righe conclusive, ed il fatto non è assolutamente casuale in uno scrittore come lui, che delle strutture letterarie discute da sempre con originalità di risultati: «Mentre sembro tenere le distanze, però, so di essere attento, e chi è attento si avvicina. […] Si potrebbe dire che io cerco di comunicare un calore che si avverte nel tempo, anche se non si percepisce subito».
    Comunicare. Ricorda Ezio Raimondi, in altro passo: «All'Università non mi è mai riuscito di fare una lezione seduto sulla cattedra: l'ho sempre fatta in piedi e se fossi stato in un'aula di scuola mi sarei mosso tra i banchi. Non mi riusciva di concepire un rapporto a sbarramento, in una sorta di gerarchia prestabilita, e meno che meno desideravo collocarmi in alto. Ho sempre preferito stare più in basso di coloro che ascoltano». Ritorno con la mente all'anno accademico 1960-61 quand'ero matricola al Magistero bolognese: Raimondi aveva allora poco più di 36 anni, essendo nato nel 1924. Lo accompagnava già la fama di fanciullo-prodigio (a livello europeo) della nostra storia della letteratura più seria. Il pienone delle sue lezioni sembrava ripetere quello che si trova descritto a proposito del professor Giosue Carducci. Ogni volta Raimondi recava con sé una pila di volumi che appariva altissima, una volta deposta alla sua sinistra sul primo banco dell'antica aula di via Zamboni; e che sembrava ridursi nelle sue dimensioni quando il professore la abbracciava al suo fianco, all'ingresso ed al termine del suo discorrere.
    La sua figura allampanata, il profilo acuto come quello di un asceta che prendeva luce dalla parole e calore dagli argomenti, avevano un effetto ipnotico sull'uditorio: il gesticolare del braccio destro, con quello sinistro rigorosamente indirizzato a placarsi nel cercare il libro necessario per la citazione utile all'argomento trattato, tracciava le coordinate di un pensiero che fluiva limpido, prendeva corpo in articolazioni sintattiche sempre più geometriche, con una chiarezza espositiva che era frutto di una consapevole dignità del maestro il quale sapeva bene essere quello il momento in cui tutto si gioca non nella sfida sapienzale, ma nella moralità della vita dell'intelletto.
    Non c'è pagina di Raimondi, in queste «Conversazioni», in cui non ritorni il tema della funzione etica della vita intellettuale, a rispecchiare un'esistenza spesa all'insegna del rispetto delle regole del gioco e dell'«assunzione di responsabilità», ben consapevole però che gli eventi esterni ci possono obbligare «ad aperture e a lacerazioni, a una sensibilità, per così dire, più virile insieme e commossa». Sono quei fatti che la sua generazione ha conosciuto sotto la specie delle «atrocità» e della «catastrofe», quando «la parola può anche sentirsi umiliata e mortificata, quando riconosce che può tradire se stessa».
    Come letterato, Ezio Raimondi ha nelle sue origini una particolarità che lo contraddistingue, e che identifichiamo in quegli «interessi filosofici» che lui avvertiva mancare ai suoi compagni dell'Università. Oggi, in tempo di pensiero debole e di totale oscuramento della dimensione filosofica sotto quasi tutte le latitudini, potrebbe apparire eccezionalmente solitaria questa sua caratteristica, ma così non è, se si ricorda il bisogno di indagine speculativa presente in quei giovani usciti allora dalla guerra, ai quali «cominciava ad aprirsi l'universo della vita culturale contemporanea»: «Era il senso di una pluralità che andava costruito, in cui bisognava riconoscere le distinzioni e ammettere le specificità, senza interpretazioni preordinate».
    Quegli «interessi filosofici» lo hanno sempre accompagnato nella sua ricerca critica ed anche nella pura dimensione esistenziale, come ci documentano le pagine che abbiamo sotto gli occhi, dove le idee si fanno realtà, dove l'esperienza singola assume un valore paradigmatico per conoscere tempo e modi in cui essa si è andata sviluppando nella compagnia degli uomini e nei silenzi delle biblioteche.
    E tra i personaggi che dalle biblioteche derivano il loro essere, che tra i libri hanno avuto il loro mito e forse anche la loro dannazione, non può mancare un particolare accenno ad uno scrittore al quale Raimondi ha dedicato un'analisi del tutto originale e continua, Renato Serra. Nel '38 Raimondi conosce un giovane tedesco nemmeno trentenne che «nell'atto di riflettere sulla guerra imminente e sull'incipiente tragedia tedesca, ritrovava nell'Esame di coscienza di Serra l'unico atteggiamento autentico che si deve prendere nei confronti della guerra» («Serra diceva che la guerra non cambia niente»): «In quel momento avevo come il segno concreto che l'Esame di Serra non apparteneva più soltanto alle polemiche nostre, tra razionalismo e irrazionalismo, con il dannunzianesimo e altro. Avevo la risposta di qualcuno che, nel momento in cui doveva prendere posizione dinanzi a un evento drammatico, sentiva che il nostro Serra, vent'anni prima, in una guerra in cui i tedeschi erano i nemici, aveva indicato una logica etica e intellettuale, di fronte all'epifania brutale della storia». Quel Serra così strenuamente legato a Cesena, rinviava «a una misura, a un respiro europei». Dalla 'lettura' di Serra, Raimondi ha tratto due libri che disegnano un poco anche il profilo della sua ricerca: «Il lettore di provincia» (1964) ed «Un europeo di provincia» (1993), indicandoci nella «logica etica e intellettuale» del rifiuto della guerra, una lezione che da Serra arriva utilmente sino a noi.


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