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    Demos Bonini.
    Due articoli de "il Ponte" del 1987 e 1991.

    Il mio amico Guttuso
    "Il mio incontro con Renato Guttuso risale al 1950". Il pittore riminese Demos Bonini ci racconta della sua amicizia con il celebre artista siciliano, scomparso recentemente.

    Guttuso era giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. "L'ho conosciuto all'Aquila d'Oro, l'ho poi invitato nel mio studio che allora si trovava in via Dante, dove ora abito. Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e mi ha suggerito di fare una mostra a Roma. Ed io ci sono andato, lui mi aveva offerto ospitalità nella sua bottega, in attesa di poter esporre in qualche sala libera".
    Bonini poté presentare le sue tele al pubblico capitolino solo dopo qualche mese. In quel periodo, rimase a lavorare nello studio di Guttuso, a cui faceva "un po' da segretario". Lo studiava, mentre preparava quadri che sarebbero poi diventati celebri.
    "In quel momento stava elaborando una tela enorme, la Battaglia di ponte Ammiraglia, sei metri per tre, piena di ritratti e di figure, molte delle quali erano di compagni di partito. C'è anche un suo autoritratto: è Guttuso quel soldato caduto all'indietro", ricorda Demos.
    I rapporti di Guttuso e Bonini si fanno sempre più cordiali: "Gli ero diventato amico. Quando lui doveva andarsene fuori per lavoro (scenografie e costumi per le rappresentazioni teatrali, ad esempio), dovevo aspettare un mercante che gli pagava 80 mila lire ogni disegno. Una cifra favolosa per quei tempi".
    La sera, talora, il giovane Demos conversava con la matura signora Mimise, "una donna eccezionale, piacevolissima come persona, l'unico vero amore di Guttuso".
    Guttuso ed amici avevano costituito una specie di cenacolo che si ritrovava nelle osterie romane. "Spesso - ricorda Demos - dovevo disertare gli incontri, perché non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto".
    Con un ritratto eseguito per un facoltoso committente, arrivarono i primi guadagni, 80 mila lire, come per un disegno di Guttuso. La frequentazione degli amici riprese. Guttuso gli chiese: "Ma dove sei stato finora, fuori Roma?". "No, chiuso in casa, senza soldi" rispose Demos che commenta: "Allora Guttuso mi disse una cosa che forse poteva essere antipatica: non chiedermi soldi, perché non li ho. Stando con me, puoi conoscere Roma".
    "A me non interessava farmi pagare per fargli da segretario o da aiuto. Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago. Picasso gli aveva detto, pochi mesi prima, nella cappella Sistina in Vaticano, che loro due erano gli ultimi pittori con capacità michelangiolesche", ricorda Bonini che aggiunge: "Non volevo soldi, era contro il mio carattere. Cercavo soltanto di imparare".
    Dopo la mostra, Demos ritornò a Rimini: "Roma è una città suggestiva, è bello sedersi in piazza di Spagna e godersi la luce ed i monumenti, senza lavorare. Rimini mi è sempre piaciuta per viverci. A Rimini potevo lavorare. Poi certe cose non mi piacevano".
    E qui Demos racconta le tavolate in trattoria a cui intervenivano Moravia, Antonello Trombadori, Amendola e Pajetta.
    "Pajetta stava sempre zitto, serio. Chiuso. Perché - chiesi a Trombadori. Vigilanza rivoluzionaria, mi rispose. Ciò mi dava fastidio. Quella sera, me ne sono andato in un altro tavolo. A Guttuso che me ne chiese la causa, risposi che la vigilanza rivoluzionaria mi mandava di traverso il mangiare".
    La battuta non piacque, "dette noia". Ma Demos è fatto così: "Ho sempre avuto il bisogno di essere libero. Ho fatto la guerra di liberazione, ma non figuro fra i partigiani e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione". Tornando a Rimini, ho scelto la mia libertà, fra le cose più vicine e congeniali. Lasciare Guttuso è stato difficile. Eravamo proprio amici, poi avevo una grande ammirazione per lui come pittore".
    Come lavorava, quale stile caratterizzava allora Demos?
    "La nostra era una strana pittura, in quegli anni - risponde -. Ero nel periodo che chiamo post-cubista, ecco guarda questa natura morta, nascosta sopra quell'armadio, c'era il figurativo, l'espressionismo. Dal contatto di tanti di noi con Guttuso, nacque ‘Realismo', una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose. E a Rimini eravamo tutti realisti, Mori, Benzi, Miselli. Poi alcuni si sarebbero dissociati ... Io sono rimasto realista, per farmi capire meglio".
    Il discorso ritorna su Guttuso e la sua scomparsa: "Mesi fa un mercante che venne a visitarmi mi disse che ormai non c'erano più speranze. Sergio Zavoli me lo confermò".
    Dopo la morte, le polemiche sulla conversione: "Ogni uomo ha il diritto di scegliere e di fare secondo coscienza - dice Bonini -. Tutti noi possiamo un giorno ritornare alla fede che da fanciulli ci faceva dire le orazioni, quando la mamma controllava se le avessimo recitate davvero".
    Antonio Montanari
    "Il Ponte", anno XII, n. 5, Rimini 8 febbraio 1987



    Pittore realista per farmi capire
    Il pittore Demos Bonini si è spento il 20 agosto, a 76 anni. E' un altro pezzo dì una certa Rimini che scompare, a pochi giorni dal decesso di Glauco Cosmi (attento tessitore di trame culturali che spaziavano dal giornalismo alla musica), e nello stesso anno in cui ci ha lasciati Gianni Quondamatteo, uomo così semplice e genuino da ricercare in ogni attimo uno spazio per la riflessione sui valori che si vedono tramontare, in questa città divenuta alienante e quasi invivibile.
    Bonini debutta in coppia con Federico Fellini, nel 1937, aprendo in via IV Novembre una bottega della caricatura. Ad Urbino, intanto, frequenta l'Istituto di Belle Arti. Poi la guerra.
    Nei giorni della "repubblichina", sul finire del ‘43, il ras fascista Paolo Tacchi lo arresta assieme ad altre Otto persone e lo consegna ai tedeschi. Liberato, Bonini si dà alla macchia: "erano tempi difficili in cui anche gli amici e i compagni ti venivano a mancare", racconterà a Ghigi. "Ho fatto la guerra di Liberazione, ma non figuro tra i partigiani, e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione", mi raccontò per "Il Ponte" (8/2/1987).
    Nel 1950 c'è l'incontro con Guttuso, giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna venuta a divorziare a San Marino. "Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e mi ha suggerito di tenere una mostra a Roma". A Roma, Bonini fa "un po' da segretario" a Guttuso: "Non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto". Demos si considera l'allievo che vuole imparare la lezione dal maestro: "Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago".
    Poi, il ritorno a Rimini ("Mi è sempre piaciuta per viverci, qui potevo lavorare"), e l'adesione a "Realismo", "una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose", spiegava: "Una pittura per farsi capire da tutti".
    Bonini, ad un certo punto, sembra trovare una sua sigla specifica nelle "giacche", così come Morandi l'aveva scoperta nelle "bottiglie". Ma dietro questi oggetti, non c'è soltanto l'intento di riprodurre cose, le cosiddette "nature morte". Anche la sua pittura è la ricerca di un significato nei simboli, di quello che Montale ha chiamato il "segreto" celato dietro "l'inganno consueto" delle nude immagini quotidiane.
    Ai paesaggi, negli ultimi anni, aveva affiancato altre opere che denunciavano il degrado della nostra vita. La polemica contro la rumorosa civiltà contemporanea, l'ha espressa nella "Grande piramide" di moto ammucchiate, a metà strada fra una montagna dei rifiuti e l'idolo sacro a tanti giovani.
    In un freddo, lunare grattacielo con i cento ritratti di politici ("Tutti prigionieri nello stesso condominio"), c'è l'allegoria dei misteri e delle corruzioni italiane. Infine, nella bizzarra "Calata dei giustizieri", ha dipinto tanti strumenti per purificare gli intestini (o le coscienze?), dagli intrallazzi e dalle stupidità collettive del mondo contemporaneo.
    Apprezzato e conosciuto in tutt'Italia, Bonini aveva una suo modo di raccontarsi, ironico e pungente, ma sempre sincero.
    A Rimini ha anche insegnato, lasciando nei suoi allievi un ricordo affettuoso. La città lo ha visto come un protagonista, sempre discreto, ma pronto anche alla provocazione intellettuale.
    Non gli piacquero le statue astratte, esposte per qualche anno in Piazza Cavour: lo aveva detto con una satira affissa ad una finestra del suo studio, che si affacciava sul retro del Palazzo dell'Arengo. Qualcuno se la legò al dito.
    Quando il Comune, per volontà del sindaco Conti, nel 1985 rese omaggio ai suoi 50 anni di attività con una mostra antologica, ci fu chi, al suo sarcasmo dettato da ragioni estetiche e civili, rispose con un attacco ingeneroso, pieno di quel livore che la vita provinciale sa far lievitare lentamente, con ridicole gelosie infantili.
    "Non volevano la mostra", mi raccontò sorridendo, "perché dicono che si rende omaggio soltanto ai morti. Mi dispiace che non li ho potuti accontentare".

    Antonio Montanari
    "Il Ponte", anno XVI. n. 31, Rimini I settembre 1991

    Al sommario del "Rimino" [storico]
    Archivio del "Rimino" in questo sito


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  • ANTOLOGIA

    «Ritratto di un artista da giovane»
    Fellini autore di testi radiofonici presentato dalla Rai
    , "il Ponte", 2002

    Venerdì primo febbraio sera, Radiotre ha trasmesso «Ritratto di un artista da giovane», un programma dedicato a Federico Fellini, del quale ha riproposto tre testi radiofonici degli anni 1941-42, ritrovati recentemente da Paquito Del Bosco presso l'Archivio di Stato di Roma e l'Archivio nazionale della Siae (Società Italiana Autori ed Editori). Paquito Del Bosco ne aveva dato notizia al convegno riminese della Fondazione Fellini (1997) con una comunicazione intitolata «Radio Fellini» (ora in «Federico Fellini da Rimini a Roma 1937-1947», Capitani ed. 1998, pp. 94-96).
    L'allestimento è stato curato da Idalberto Fei, con la partecipazione, tra gli altri, di Paolo Poli, Sandra Milo, Gisella Sofio e Riccardo Garrone. Il critico teatrale Rita Cirio ha portato la sua testimonianza sul regista riminese: Fellini, ha detto, amava i libri, non la radio o la televisione; questi testi sono piccole commedie musicali ispirate ad un «surrealismo bonario» che è rimasto nei suoi film.
    Agli allestimenti originali aveva partecipato quale regista Silvio Gigli. Durante l'esecuzione di questi lavori, Federico conobbe all'Eiar (la Rai del tempo) Giulietta Masina che sarebbe divenuta sua moglie.
    In «Se ci sei canta una canzone» (1942, scritta con Riccardo Maccari), appare il «grande Olaf», il mago che sa tutto, non un ciarlatano qualsiasi, un «vero fenomeno». Tre clienti bussano alla sua porta, accolti dall'Ancella-segretaria che, come si scoprirà alla fine, è quella che anima nascostamente le sedute spiritiche emettendo le vocine oltremondane e ponendo sul piatto del grammofono le canzoni a cui le anime dei trapassati affidano la testimonianza della loro presenza.
    Interviene prima Quercia Verde, spirito arrabbiato con i medium in generale, che la seccano con le più assurde pretese (qualcuno ordina di andar a prender un bicchiere d'acqua, oppure di pulire i pavimenti, chiedono persino cento lire in prestito, o di radergli la barba). Poi, arriva una delle sorelle Tulipano, corteggiate invano da uno dei presenti (avaro e bugiardo). Assente invece Giuseppe: ha telefonato che non può venire perché ha l'influenza, annuncia la deliziosa voce dell'Ancella (Gisella Sofio). Quando è il momento di zia Marisa, la stessa Ancella è costretta ad annunciare che la buonanima è impedita di cantare perché sono finite le puntine del giradischi. Di qui la rissa conclusiva, con la scoperta del grammofono celato dietro l'immancabile tenda dello studio magico.
    In «Una lettera d'amore» (1942, del solo Fellini) Roberto ed Adrianella sono due innamorati che il destino separa perché lui scappa dal suo paesello in città per cercare lavoro. Promettono di mandarsi ogni giorno una lettera con i loro segreti ed i loro pensieri. Ma purtroppo i giovani non sanno né leggere né scrivere, e quindi per tener fede alla promessa s'inviano soltanto dei fogli bianchi, come la stessa Adrianella aveva escogitato. Lì sopra, Roberto ed Adrianella leggono «le più belle frasi d'amore». Poi lui impara a scrivere e non vuole più bene a lei. Manda ad Adrianella un foglio bianco, dicendole che ora non l'amava. Lui si sposa, ma lei non lo sa, anzi lui continua a spedirle i suoi fogli bianchi dove Adrianella legge sempre «le più belle frasi d'amore». La ragazza gli risponde di continuo, al punto che la moglie di Roberto s'insospettisce, parla di pazzi, vorrebbe avvisare la polizia. Ma Roberto continua a spedire i fogli in bianco ad Adrianella, che ogni volta s'illude di essere ricambiata e continua a sperare. (Il narratore di questa scena è stato lo scrittore Giorgio Pressburges, che dirige l'Istituto di cultura italiana a Budapest, dove i tre testi felliniani sono stati di recente presentati in anteprima, tradotti in ungherese.)
    Infine, «Vuoi sognare con me?» (1941, di Fellini-Maccari), racconta la storia di una città posta sopra una nuvoletta rosa vicina alla Luna, dove la gente, appena si addormenta, comincia ad arrivare per vedere sogni meravigliosi. E' un luogo sempre aperto, l'orario permette di accogliere anche i libertini nottambuli che arrivano alle sette del mattino, quando gli altri se ne vanno, per cominciare a svegliarsi ed a vivere. Ci sono parodie musicali che intercalano il testo recitato. E' una specie di interpretazione gozzaniana della psicanalisi, con lo studente che interroga severamente sulle squadre di calcio gli odiati professori, o i tre austeri docenti di liceo che borbottano di non aver voglia d'andare a scuola.
    La trasmissione di questo «Ritratto di un artista da giovane» testimonia la vivacità della radio non chiacchierata od urlata, ma condotta con l'intelligenza che caratterizza la terza rete della Rai.
    Antonio Montanari
    "il Ponte", 2002, n. 6


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